ITA Acidi Viola, (jul.2014)

Luz = Luce.
Ed è forse per questo che ogni pezzo (eccezione fatta per i vari sviluppi disseminati per il disco) nasce e cresce con un’alba. Avete presente quando il sole comincia ad affacciarsi timido dalla finestra e riempie di luce tutta la casa? Ogni pezzo dei Luz, e in particolare di Polemonta, primo loro full-lenght, è così.
Luz è un progetto interamente basato su corde e pelli, da strofinare, percuotere, violentare ed accarezzare allo stesso tempo.
Prendiamo l’iniziale Frate Mitra che ci mostra il jazz acustico dei Luz in tutta la sua perfezione, capace di combinare tutti i vari movimenti dei quattro strumenti, sempre pulsante, dal retrogusto gypsy, che poi esplode in un turbine postrockesco. Che poi, pensandoci, “acustico” non è un termine del tutto adatto per definire il jazz dei Luz. “Camaleontico”, forse suona meglio. Ecco, sì, camaleontico. Perchè il quartetto si appoggia su qualcosa e ne prende le sembianze. Passiamo alla successiva Zdenek, piena di nervosismi e anticipi, distorsioni e velocità. Una sorta di bossa-nova rumoristica e schizzata che strizza l’occhio ai Mr. Bungle di Mike Patton e compagnia bella. E con una combo iniziale come questa non si può non amare, già, questo disco.
The Youngest Man Alive, che arriva dopo un rientro di Frate Mitra, è un ritorno alle origini acustiche del gruppo: un pezzo in cui si torna a pizzicare e sfiorare le corde, al massimo a percuoterle giusto un po’, tutto rigorosamente senza distorsioni.
In Nogales, s’impazzisce, senza limiti e senza vergogna. Ci si trova a vagare tra tropicalismi jazzistici e impazzimenti slideggianti, rumorismi scivolosi e schizofrenie da parte di tutti i musicisti. Poi si riprende fiato, ci si calma, ma mai completamente. Occhi e (soprattutto) orecchie ben aperte su questo episodio. Ne rimarrete piacevolmente sorpresi. Ed è altalenante anche la successiva Tomatoes, ibrido interessante in cui, in alcuni momenti, si può addirittura sentire del surf. Sempre tra mille accellerate interessanti, distorsioni, impazzimenti e cose così.
Riddim, invece, tesse un tappeto psichedelico, soprattutto ad opera della chitarra, e sul quale si adagiano (micatanto)pacatamente contrabbasso e batteria.
Polemonta, la title-track, è in assoluto il brano che più si fa ricordare. Uno di quei motivetti che, pure se lo ascolti distrattamente, ti si trapana in profondità nel cervello e addio, non ne esce più. Niente banalità, mettiamolo in chiaro. La batteria iperattiva e nervosa fa da tracciato sul quale contrabbasso e chitarra che si mischiano, collaborano, s’inseguono, sbandano, si schiantano.
E poi si arriva, con True Stories, in una sorta di post-rock acustico, a tratti gypsy: un tappeto sonoro sdraiato man-mano sempre più nervosamente sotto i campionamenti. Che porta, piano piano, a spegnersi in La Notte Ha Mille Occhi. Lenta e ancora psichedelica, ma solo negli inizi, che resta così con qualche difficoltà. A muoversi tra delay, riverberi, echi, effetti ma che poi esplode, per poco veramente, però lo fa.
E quale modo migliore per salutare gli ascoltatori, se non con una perfetta e sbilenca ninnananna come Dorme?
Fidatevi, è un disco che dà molto piacere all’ascolto, suonato perfettamente da musicisti che anche nei live sanno catturare l’attenzione degli spettatori più diversi. Fatevi un piacere, ascoltate questo album, poi mi direte.