ITA All About Jazz Italia, Angelo Leonardi (jan.2008)

Dopo una lunga attività ai vertici del jazz nazionale (basti ricordare la permanenza nell’Electric Five di Enrico Rava e nel Rand-o-mania di Gianluca Petrella), decine di collaborazioni prestigiose e un paio di ottimi dischi con Giovanni Maier (Slow Mood e Blues Connotation), il chitarrista Roberto Cecchetto firma il lavoro della piena maturità progettuale e solista.

Downtown è uno dei dischi italiani più riusciti del 2007, un merito che va condiviso con gli eccellenti partner, Maier e Rabbia, con cui sviluppa un interplay empatico e fantasioso.
Il disco è stato registrato nel novembre 2004 ed esce ora per la Auand, che conferma coraggio e lungimiranza nel documentare il jazz italiano più innovativo, in un panorama discografico piuttosto conformista.

Il percorso musicale di Downtown si snoda attraverso dieci brani del chitarrista, in una ricerca tanto spinta verso soluzioni innovative quanto attenta alle architetture, intrisa di riferimenti a strutture e stilemi del jazz contemporaneo e del rock più ricercato. Tanto per capirci, siamo lontani dalla sperimentazione aleatoria, chiusa in se stessa, ma piuttosto in un terreno che fa convivere molteplici valenze espressive, riuscendo a catturare anche l’ascoltatore poco incline alle avanguardie.

E’ una musica che nasce dall’incontro/scontro tra la dimensione acustica ed elettronica; tra gli stili della moderna chitarra jazz (da Jim Hall a Scofield e Metheny) e la sperimentazione; tra momenti di libera improvvisazione ed altri “tradizionali”; tra la ricerca intellettuale, attenta alle forme, e il gusto per le dinamiche ritmiche. Tra gli aspetti che più distinguono il lavoro di Cecchetto c’è la capacità di esplorare creativamente la dimensione timbrica, apportando avvincenti soluzioni e coordinandole nell’interazione ritmica coi partner.

Il brano d’apertura “Where Are You” scorre sui classici binari del modern mainstream, con Cecchetto che scandisce frasi nervose e ricche di groove ma basta passare ad “Uptown” per toccare con mano l’alterità. Il brano – totalmente improvvisato – è frutto di due successivi passaggi effettuati in studio, sulla prima versione e su quella ancora successiva; la stessa cosa è ripetuta in “Downtown”.

I pezzi successivi evidenziano capacità di spaziare in differenti ambiti: il funkeggiante “Do It” – in equilibrio tra dimensione acustica ed elettrica – è l’elaborazione improvvisata di un semplice riff; il lento e slabbrato “Rio Dreams” è una splendida rappresentazione – distorta e allucinata – di una bossa nova; l’introspettivo e sperimentale “Oslo Hotel” è una preziosa gemma, forse la migliore dell’album. Altri potrebbero essere ricordati a sostegno di un disco coraggioso e importante, ma lasciamo la scoperta ai lettori, a cui raccomandiamo l’ascolto.