ITA All About Jazz Italia, Angelo Leonardi (oct.2018)

Illustrando la fattura di quest’album Andrea Biondi spiega: “Sia i temi che parte delle armonie e degli impianti formali sono emersi da un’organizzazione volutamente random mischiando le tecniche della dodecafonia con l’idea di John Cage che nel 1950 si servì del Libro dei Mutamenti, I Ching, per fare scelte compositive senza l’intervento della sua volontà, in modo non intenzionale. È un metodo per organizzare il caso, per controllare l’imprevedibile.” Nella carriera del vibrafonista hanno avuto un peso rilevante le attività in ambito di musica classica e contemporanea tanto quanto la formazione jazz col batterista Horacio “El Negro” Hernandez e seminari di perfezionamento con David Friedman, Danilo Rea, Maurizio Giammarco e Mike Mainieri. Negli anni duemila Biondi ha poi collaborato professionalmente con Gianluigi Trovesi, Gianni Coscia, Enzo Pietropaoli, Maurizio Giammarco, Antonello Salis e altri.
L’utilizzo delle tecniche dodecafoniche di Schoenberg che è centrale in questo disco, non va inteso come qualcosa di aleatorio o poco fruibile dal medio ascoltatore di jazz. Quasi tutta la musica dell’album ricorda i dischi Blue Note di Bobby Hutcherson e in generale l’hard bop avanzato di metà anni sessanta: l’elemento jazzistico è fortemente presente nella gioco scrittura-improvvisazione, nella concitazione ritmica, nella dimensione timbrica e nei ricchi interventi solisti. Se si eccettua lo sperimentale “Piano sequenza,” ricco di elettronica, tutti i brani si sviluppano a partire da temi incisivi e swinganti. Anche i tre brani di Biondi racchiusi nella “Trilogia Dodecafonica” sono tutt’altro che uno sterile esercizio intellettuale, come il titolo potrebbe far credere. Il contributo di Daniele Tittarelli al sax contralto e di Enrico Bracco alla chitarra elettrica è centrale nell’infondere energia e tensione alla musica. Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria costituiscono una sezione ritmica fantasiosa mentre il leader si conferma un eccellente strumentista e non solo un ricercato leader.
Un doveroso plauso va all’etichetta Auand di Marco Valente, sempre attenta a produrre il meglio del nuovo jazz nazionale.