ITA All About Jazz Italia, Luca Canini (nov.2015)

Non è vero che il jazz italiano sta bene. Non è vero che siamo il paese dei festival e che abbiamo musicisti che tutto il mondo ci invidia. Possiamo raccontarcela tra di noi, se vi va. Facendo finta che questo sia il migliore dei mondi possibili e che il sole dell’avvenire splenda alto sopra l’orizzonte, ma la verità è un’altra: il sistema jazz nel suo complesso è dannatamente arretrato rispetto al resto del continente, zavorrato dal provincialismo e fiaccato da una mancanza di professionalità a tutti i livelli (stampa compresa, tanto per non dare adito a prevedibili mugugni). Disfattismo? Mi sa proprio di no. Tristezza mista a rassegnazione (o a qualcosa di simile).
Unico, prezioso conforto la curiosità e il talento dei tanti musicisti che, nonostante tutto (a volte anche nonostante loro stessi), tengono in vita la scena. C’è una generazione di mezzo là fuori -diciamo tra i 25 e i 45, tanto per approssimare -che a fatica, annaspando, prova a restare a galla nel mare magnum dell’italico niente. Forse un po’ dispersa e impaurita, ma capace di picchi artistici notevoli. Come testimoniano gli ultimi mesi di uscite e pubblicazioni. Talmente tante da meritare un piccolo riepilogo. Non una guida esaustiva e nemmeno un resoconto del meglio; soltanto una proposta di viaggio. Un invito ad ascoltare e a sostenere. Perché mai come in questo momento il jazz italiano ha bisogno di amici veri.
[…]
Cambio di versante con il trio Libero Motu di Giulio Corini. Si torna a casa, in territori inequivocabilmente jazz, nel solco della nobile tradizione del sax trio (che da Sonny Rollins in poi è stata al centro del divenire della musica che fu di Louis Armstrong e Duke Ellington). A fianco del contrabbassista bresciano, superbo al solito per rotondità e calore della pronuncia, il clarinetto e il sax tenore di Francesco Bigoni e la batteria di Nelide Bandello. Tre musicisti affini per sensibilità, approccio, senso dello spazio e dei colori. Anime inquiete che fin dall’iniziale “It Never Entered My Mind,” recitata con straziante partecipazione, si cercano e si sfiorano, in un incessante dialogo all’insegna dei dettagli, dell’eleganza, della leggerezza.
E ovviamente della musicalità, che arrotonda anche i passaggi più astratti e scomposti (la mini suite tripartita “Halloumi”-“Späti”-“Gustave”) o le improvvisazioni collettive (“Frydian Alcoholic Concept”). Apice della scaletta la conclusiva “Skylark,” meravigliosa ballad di Johnny Mercer e Hoagy Carmichael interpretata negli anni da Maxine Sullivan, Ella Fitzgerald, Aretha Franklin, Paul Desmond e chi più ne ha più ne metta. Intro in solo tenore di Bigoni, un po’ Coleman Hawkins e un po’ Buddy Tate, ingresso circospetto del contrabbasso e delle spazzole, accenti metallici di Bandello, struggente intermezzo di Corini, chiusura di gran classe. Una delizia. Come tutto il disco. Pubblicato solo in vinile e in tiratura limitata. Affrettarsi.
[…]
Altra piroetta e nuovi spazi da esplorare, a conferma della varietà di approcci e di vedute. Dall’avanguardia dei sentimenti di Corini e del suo trio, al piglio urbano e strutturalista del quintetto del pianista fiorentino Simone Graziano. Che non ha paura di guardare dritti negli occhi Tim Berne e Steve Coleman, il jazz newyorchese e la scuola di Brooklyn, il mainstream scivoloso dei modernisti alla Chris Lightcap o alla John Escreet e la lezione di una certa Chicago (quella più elettronica e sfrigolante). La scrittura è densa, spigolosa, precisa. Ma non asettica, e men che meno frigida o cervellotica.
Merito (anche) di una sezione ritmica particolarmente ispirata, Gabriele Evangelista al contrabbasso e Stefano Tamborrino alla batteria, e degli impeccabili sax di Dan Kinzelman, al tenore, e David Binney, al contralto. Che si spalleggiano nella funkeggiante “Give Me Some Options”; o si scrutano pensosi nella marziale “Window on a Better World.” Muovendosi con disinvoltura all’interno delle complesse architetture di brani come “Kamennaja Baba” o “Starlette,” nei quali Graziano dimostra capacità non comuni di gestione degli spazi e delle dinamiche, inventiva, lucidità e fosforo da vendere. Applausi.
[…]
Stessa etichetta, altro quintetto. Da un pianista a un chitarrista. Francesco Diodati, al timone di una band piuttosto singolare in quanto a orchestrazione: il bombardino e il sousafono di Glauco Benedetti, il pianoforte e il Rhodes di Enrico Zanisi, la tromba e il flicorno di Francesco lento e la batteria di Enrico Morello. Un’intrigante combinazione di voci e di timbri, che fin dall’iniziale “Split,” tutta incastri e curve a gomito alla maniera dell’ultimo Threadgill, evoca orizzonti delicatamente newyorchesi.
Ci si muove tra il Tim Berne più sognante e astratto e l’M-Base degli inizi. Mica roba da poco, insomma. Nobili riferimenti che raccontano di composizioni ingegnose eppure delicate, messe su spartito con gusto e raffinatezza da Diodati. L’incalzante “Believe,” ad esempio, introdotta da Zanisi al piano preparato; l’accidentata “Flow,” che si sfarina e si ricompatta in un susseguirsi di colpi di scena armonici e ritmici; la zoppicante rilettura della monkiana “Played Twice”; la conclusiva “Casa do Amor,” tema sognante che regala un ultima carezza prima del sipario.