ITA All About Jazz Italia, Luca Canini (nov.2016)

Quand’è che si diventa grandi nel jazz? Dopo quanti dischi e dopo quante recensioni ci si può considerare una realtà e non più un’ipotesi di musicista? Passati i trenta? Alla soglia dei quaranta? Difficile dirlo. Ad alcuni capita per incanto di ritrovarsi adulti, quasi senza sforzo, per merito di un improvviso e il più delle volte inspiegabile riassetto delle gerarchie; ad altri, la maggior parte, tocca inseguire per anni la chimera di una riconosciuta maturità. Con il rischio di passare direttamente dallo status di giovane talento a quello di promessa mancata, relegato ai margini dopo essere stato illuso e vezzeggiato da chi racconta questo piccolo pianeta e i suoi abitanti parlando troppo al futuro e troppo poco al presente.
Tutta questa seccatura di preambolo per dire che Piero Bittolo Bon giovane non lo è più da un pezzo; e che di promesse mantenute il sassofonista veneziano, ferrarese ormai in pianta stabile, negli ultimi anni ne ha messe in fila parecchie.
L’ultima alla testa del quintetto Bread & Fox, nato sulle ceneri dei furono Jümp the Shark e al debutto assoluto con Big Hell on Air. Una prima da applausi, che in nove tracce e un’ora scarsa di musica ci restituisce un Bittolo Bon perfettamente a fuoco, mai così padrone dei propri mezzi. In linea con quel che è stato, è vero, riconoscibile negli agganci saldi e proficui alla modernità di riferimento (Henry Threadgill, le visioni di Tim Berne e quelle di Steve Coleman); eppure in qualche modo più amichevole, meno ispido e scontroso. Verrebbe da dire pacificato se non ci fosse il rischio di spingere chi legge a banalizzare l’insofferente vitalità di una musica che di rassegnato e docile non ha proprio nulla.
Musica vibrante e ipnotica, corrosiva e problematica (nel senso più nobile del termine), che si muove seguendo schemi ritmici e armonici ossessivi, circolari, estremamente rigorosi (ascoltare prego l’implacabile strutturarsi della compulsiva “La mela di adesso,” con un devastante solo di contralto a ricucire gli strappi nel finale); musica inquieta, affilata, ma comunque capace di respirare, di suonare viva e vera, profondamente umana. Merito anche dei preziosi servigi di Alfonso Santimone (pianoforte), Glauco Benedetti (tuba e flicorno tenore), Filippo Vignato (trombone) e Andrea Grillini (batteria). Spiriti affini e sodali al lavoro in un contesto di aperta e spietata condivisione. All’interno del quale composizioni come la sfuggente “Topinambur Topinamour” (una costante le acrobazie lessicali, testimoni più o meno consapevoli di una perversa lucidità), la nevrotica “Flagstaff” e la dinoccolata “Spice Girls from Arrakis” vengono sottoposte a un salutare processo di vivisezione, tagliuzzate e ricucite in un gioco al massacro delle aspettative condotto nel segno della più fervida ironia.
Non aspettate il futuro: il jazz è qui e ora.
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