ITA All About Jazz Italia, Neri Pollastri (nov.2018)

Appena uscito per l’etichetta Auand, ma già ascoltato in concerto nel breve tour che ha toccato anche Firenze, il nuovo lavoro di Beppe Scardino è tratto da una serie di concerti effettuati a fine ottobre del 2017 al Teatro Sant’Andrea di Pisa.
Scardino aveva già al suo attivo due lavori per ampio organico, quelli del suo sestetto Orange Room, ma dall’ultimo erano passati ben otto anni. Inoltre, per BS10 Live in Pisa l’organico è diverso (rimane il solo Piero Bittolo Bon) e ben più ampio. Infine, il musicista livornese ha adesso al suo attivo un’esperienza molto ampia, che qui mette a frutto nella composizione e nella direzione della formazione.
La musica, se si vuole, è complessivamente piuttosto semplice e diretta —forte impatto dinamico per sfruttare l’imponente sezione fiati, progressioni ascendenti e spazi per gli assoli dei singoli—ma al tempo stesso differenziata al suo interno, con variazioni dinamiche dei diversi fiati, screziature da parte del Fender Rhodes di Simone Graziano e della chitarra di Gabrio Baldacci, raddoppio ritmico con il contrabbasso di Gabriele Evangelista e la tuba di Glauco Benedetti. Lo si apprezza fin dalla prima traccia, “Agosto 14,” che parte con una lirica introduzione del baritono del leader, prosegue con un eccellente assolo “pianistico” del Rhodes di Graziano e poi si impenna in un intenso crescendo collettivo. E lo si trova confermato in più brani, per esempio in “Patchouli,” che parte con un poderoso incedere collettivo per poi sgranarsi e lasciare spazio agli assoli del contralto di Bittolo Bon (bellissimo), della la tuba di Benedetti, del Fender di Graziano.
Non mancano tuttavia episodi diversi, come “Verticamera”—nel quale Scardino, Bittolo Bon e Dan Kinzelman sono tutti e tre al clarinetto basso e che ha un andamento più soffuso e cameristico, anche se poi mette in scena in un singolare e disarticolato duetto tra la tuba e la chitarra—oppure il brano finale, che ripropone in forma pressoché irriconoscibile il coltraneano “Giant Steps” e che suona come un intreccio di suoni degno di un’improvvisazione libera.
Interessante la non semplice gestione dei fiati, con la distinzione tra i tre sax/clarinetti e le due trombe di Mirko Cisilino e Mirco Rubegni, ma anche con l’impiego della tuba come voce aggiunta, quando non impegnata a svolgere il ruolo ritmico. Menzione a parte per la batteria di Daniele Paoletti, che sotto la massa sonora dei fiati svolge un energico lavoro propulsivo.
Disco potente ma variegato, fondamentalmente collettivo e che tuttavia non sacrifica le individualità, ennesima prova della grande vitalità e qualità del nostro jazz.

Album della settimana.