ITA All About Jazz Italia, Vincenzo Roggero (mar.2018)

Che Hobby Horse sia da anni realtà tra le più interessanti del panorama musicale italiano ci sono riconoscimenti e un numero sempre maggiore di estimatori a testimoniarlo. Che siano altresì gruppo tra i più imprevedibili in quanto a proposte e ad estetica musicale basta ascoltare i lavori finora pubblicati. Ma Helm va ancora oltre, portando agli estremi un concetto di ascolto lontano da rassicuranti convenzioni o miscellanee à la page.
La parte per così dire canonica palpita per poco più di trenta minuti. Si inizia con la briosità principalmente acustica della title track, il clarinetto di Dan Kinzelman a menar le danze, i ritmi frammentati di Stefano Tamborrino a scompigliare le carte, la pulsazione di Joe Rehmer a dare elasticità al brano. L’allure vagamente latin di «Salsa Caliente» viene stravolta da un geniale uso dell’elettronica, lo spoken word di «The Go Round» è spiazzante quanto basta, le delicatezze di «Cascade» ammaliano, le misteriose atmosfere di «Buckle» intrigano, «Born Again Cretin» commuove. Il tutto condito da sapienti esplorazioni ritmiche, da un uso dell’elettronica perfettamente funzionale, da una ricerca continua sulla materia sonora, semplice o complessa essa sia.
E poi arriva «Amundsen/Evidently Chickentown» venticinque minuti (ma nella versione in vinile il brano gira all’infinito) prevalentemente occupati da un drone elettronico ad uso e consumo dell’ascoltatore, libero di venirne stordito, di esserne affascinato, provocato, messo nella condizione di fantasticare storie, di costruirne di proprie o semplicemente di lasciarsi trasportare.
Insomma con Helm Hobby Horse si conferma perla preziosa e unica del nostro panorama musicale, band che non suona mai uguale a se stessa e conserva al contempo una identità forte e immediatamente riconoscibile.