ITA Arcipelago Jazz, Alberto Bazzurro (nov.2015)

Ricapitolando…
Non solo attraverso le riprese di repertorio passa un jazz (o lì intorno) che si guarda indietro, specie quando lo fa con occhio curioso e lontano da ogni forma di mainstream o scolasticità. Spesso mischiando abilmente le carte in tavola.
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Ruvidità schiettamente chitarristiche introducono da subito Infanticide (Auand), opera di un altro quartetto, per più versi speculare a Tinissima, Sudoku Killer della contrabbassista romana Caterina Palazzi (foto in alto), stessa conformazione, però, appunto, con una chitarra (Giacomo Ancillotto) al posto della tromba di Giovanni Falzone. Cinque brani per lo più ampi griffati Palazzi mostrano quanto certo rock duro, anche livido, monolitico (il richiamo a “Incesticide” dei Nirvana è voluto), possa incidere sul totale (del resto, in materia, i precedenti si sprecano). Disco massiccio, compatto, qua e là più sfumato (per esempio in Hitori, sorta di memento), eminentemente corale e dominato da un’idea forte.
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Stesso organico, però con un’ancia (sax alto o clarinetti) più piana, tutto sommato più jazzistica (come lo stesso contesto), è quello diretto da un altro bassista, Matteo Bortone, in Time Images, il cui discorso può per più versi legarsi a quello su Flow, Home (entrambi Auand), firmato dal chitarrista di “Time Images”, Francesco Diodati, fra i più brillanti delle nuove leve. Qui è all’opera un quintetto con tromba, piano, sousaphone (singolarissima alternativa al basso canonico) e batteria, tuttavia una certa linea, quieta, molto composta, intenzionale, è comune fra i due album. Entro i quali la chitarra di Diodati, non di rado acustica, insinua sonorità molto più “educate” rispetto a Sudoku Killer. Momenti più cameristici abbinati ad altri più nervosi e tirati segnano “Time Images”, che include anche una rilettura, virulenta ma sorvegliata, di Houses of the Holy dei Led Zeppelin, mentre un maggior aplomb globale attraversa “Flow, Home”, di tratto anche contrappuntistico, liquido e prezioso, non senza qualche salutare impennata.
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Maggiori asperità, dovute in primis all’intrecciarsi dei sax di David Binney e Dan Kinzelman, alto e tenore, e comunque intercalate da periodiche oasi refrigeranti dovute al pianista (e leader) Simone Graziano, contrassegnano il quarto e ultimo album Auand che incontriamo, Trentacinque, in quintetto senz’ombra di chitarre. Uno degli ascolti primari del pianista fiorentino sembra essere Tim Berne, per le strutture, dense e articolate, e il colore generale dell’album, notevole.