ITA artearti.net, Ferdinando D’Urso (mar.2016)

Nuovo membro del catalogo Auand, “Ravens Like Desks” è frutto dell’attività compositiva del chitarrista Stefano Carbonelli. Insieme a lui figurano nel disco il sassofonista Daniele Tittarelli, il contrabbassista Matteo Bortone e il batterista Riccardo Gambatesa.
Nonostante il solenne annuncio di profonde sperimentazioni ed enigmatiche novità, lanciato da autore ed etichetta attraverso il comunicato stampa che accompagnava l’uscita del cd, questo lavoro si ascrive pienamente al tipico “suono Auand”. Vicine alle tendenze della musica contemporanea statunitense (il nuovo trio di Dave Holland lo conferma) le composizioni di Carbonelli sposano un modo di concepire il jazz che proviene direttamente dai vari esperimenti di fusione con il rock. I brani sono molto cervellotici e – pur richiamandosi nel titolo al Cappellaio Matto e al mondo fantastico di Lewis Carroll – ci si trova più mente che cuore, più calcolo che psichedelia.
Gli arrangiamenti – dei quali a volte è complice Gambatesa – sono molto fitti e mutuano dal rock più moderno una certa frenesia come nel caso di Fuori Da Casa Mia!. Attitudini ritmiche dispari e spigolose celano anime più vicine alla musica latinoamericana o a sostrati di folk e soul che spesso si ritrovano nei chitarristi: penso ad esempio a Watercolour Light o a Stop Kickin’ That Dodo. In questo ultimo brano fa capolino anche lo swing, inteso qui come simbolo dell’inseguimento e della fuga.
Il fin troppo elaborato intrecciarsi dei temi in questa sorta di agglomerato urbano musicale si distende in The Selfish Giant in un contrappunto ben costruito fra chitarra e contrabbasso che si appoggiano ancora su evidenti influssi latini.
Come solista Carbonelli è moderno, genuinamente elettrico e regala ottimi interventi; degno di una particolare menzione è l’assolo che offre in Tempo Nuvoloso. Altrettanto interessanti, per quanto opposti, gli approcci solistici di Tittarelli e Bortone. Il primo è attento allo spazio sonoro e si pone in continuo rapporto con il silenzio e le pause, il secondo generoso come si può ascoltare in Watercolour Light.
“Ravens Like Desks” è un disco ben congeniato, sicuramente sofisticato e colto. Eppure, come spesso accade in questo genere così “americano” (ormai anche così “italiano”), non c’è respiro, non c’è abbandono; si pretende cioè una continua concentrazione da parte di esecutori e ascoltatori che inevitabilmente stanca.