ITA Audio Review, Enzo Pavoni (feb.2019)

Ondulazioni angolari o lineari poggiate su metriche stratificate organizzate tipo scatole cinesi dove le considerazioni a riguardo variano secondo i punti di osservazione. Ecco in sintesi le conclusioni a cui potrebbero giungere gli ascoltatori se posti dinanzi al ricercatissimo reticolo ritmico, tematico e armonico escogitato da Francesco Diodati nei nove pezzi di “Never The Same”, seconda prova con gli ematici Yellow Squeeds, sempre più maturi e consapevoli. L’avventura inaugurata nel 2015 dal pregevole “Flow, Home.” vede oggi identici protagonisti, tutti giovani, affermati e preparati: al leader (chitarra, composizione) sono affiancati Francesco Lento (tromba), Enrico Zanisi (pianoforte, tastiere), Glauco Benedetti (tuba, trombone, flauto), Enrico Morello (batteria).
Alla pari del primo album, “Never The Same” non stonerebbe nel catalogo Pi, perciò complimenti alla Auand, label/chioccia di tanti jazzisti nostrani affermatisi nel nuovo millennio. Diodati e soci praticano zone sonore spiazzanti dove non tutto è come sembra: tornandoci sopra in tempi diversi può capitare di cambiare ogni volta opinione. Imparentate all’estetica dei vari Threadgill, Ellman, Coleman e Lehman, le concezioni di Diodati vantano una sommatoria di battiti stratificati posti a sostegno di frammenti tematico-tonali inafferrabili. Inesauribile il puzzle pulsante acchitato da Morello, Benedetti e Zanisi, specie quando il synth basso di quest’ultimo fiancheggia – magari con accenti spostati – il moto perpetuo del tuba. Brillano nel firmamento del miglior jazz post-moderno episodi irti e sghembi, urbani e segmentati quali Entanglement, Cities e la seconda parte della deliziosa Irrational Numbers. Lirico e straripante il finale in crescendo del gotico anthem Simple Lights.
Un tourbillon di scrittura e improvvisazione.