ITA Audio Review, Enzo Pavoni (nov.2003)

Negli ultimi anni, il sassofonista contralto David Binney è riuscito a ritagliarsi una fetta di popolarità anche in Italia, dovuta a una sua maggiore presenza nella Penisola, canonizzata da numerose collaborazioni con artisti nostrani e da un eccellente lavoro inciso per la Red Records (Afinidad) assieme al pianista Edward Simon. Pochi, probabilmente, ricorderanno il Binney “urbano” di un paio di lustri fa, all’epoca dei purtroppo dimenticati Lost Tribe, un quintetto newyorkese artefice di un tipo di jazz adrenalinico dove il be-bop andava a mescersi con il free funk asincrono dell’M-Base Collective e con certa psichedelia di scuola Sixties. In quel contesto Binney svolgeva un compito di cucitura, di “ancoraggio a terra”, quasi per riequilibrare attraverso il bop la modernità ritmica e i voli acidi del gruppo. Insomma, il sassofonista ha sempre guardato con un occhio di riguardo il grande passato della musica afroamericana, ulteriormente testimoniato da questo quarto bel capitolo della coraggiosa Auand, in cui Binney è co-leader assieme al “frastagliato” batterista Jeff Hirshfield. Una traccia ospita la cantante Tanya Henri. Dieci capitoli provenienti in gran parte dalla penna del sassofonista, il quale talvolta “dipinge” i brani aggiungendo dei discreti tappeti elettronici, specialmente negli episodi più intimisti (“The mystery of influence, Mallari). Il disco è comunque intriso in buona parte di atmosfere dai tratti metropolitani (Oddman), dominati dal linguaggio – ora evoluto, ora accondiscendente con la tradizione – di Binney e dalle percussioni poliritmiche di Hirshfield, un’estetica che a volte ricorda il Coltrane furioso di fine carriera, quello dei duetti con Rashied Ali (Left, Dolores). Fresco e coivolgente.
Qualità artistica: 7,5
Qualità sonora: 9