ITA Audio Review, Guido Festinese (jan.2020)

Parafrasando il titolo, si potrebbe partire affermando che il Cavallo Fantasma è ora riuscito a passare la cinta di Troia, e attende il momento in cui potrà sprigionare tutto il proprio sinistro potenziale. Fuor di metafora, Ghost Horse è uno dei migliori nuovi gruppi “di confine” del jazz italiano, in quella che a tutt’oggi resta per lo più zona incognita: la terra di nessuno dove vanno a incrociarsi istanze estetiche tutte diverse fra loro, moderne e contemporanee, e tutte convergenti verso una musica che dia di nuovo spazio alle emozioni e assieme alla ricerca. Ghost Horse ha una marcia in più per la particolare caratura timbrica del sestetto, in sostanza il “raddoppio” del trio Hobby Horse, che assicura un equilibrio di suoni del tutto inconsueto, lievemente inquietante e subito coinvolgente. Troviamo dunque in formazione quattro (a volte cinque) strumenti che gravitano verso le ottave più basse: il trombone di Filippo Vignato, tuba ed euphonium tra le braccia di Glauco Benedetti, chitarra baritono di Gabrio Baldacci, il basso di Joe Rehmer e, occasionalmente, anche il clarinetto basso di uno degli ideatori del gruppo, il tenorista Dan Kinzelman, da tanto in Italia. Aggiungendo Stefano Tamborrino alla batteria si avrà un’idea dei colori ambrati e scuri della musica, a tratti orientata verso una sorta di “camerismo noir” che quando sfiora territori gothic country (ad esempio nella title track, posta all’inizio) potrebbe rammentare certe avventure sonore di Bill Frisell, o verso certe esacerbate torsioni dark dell’art rock, quelle dei King Crimson più sperimentali. Tutti i titoli (nonché la copertina) fanno riferimento alle lotte dei nativi americani per la loro terra violata e messa sotto sequestro dagli occidentali. Un doloroso “memento” per tutti.