ITA Audio Review, Guido Festinese (may.2019)

Gli anni passano, sono trascorsi più di cent’anni dall’uscita del primo disco jazz e una riflessione resta valida per l’intero, smisurato corpus di registrazioni che possiamo riferire all’articolato universo delle note afroamericane colte: pur onorando proficuamente la memoria della propria intera storia, il jazz ha sempre saputo cogliere stimoli da quando si ascoltava in ogni epoca. Oggi ad esempio in Italia abbiamo una generazione di musicisti giovani che hanno fatto in tempo a conoscere le forme più elaborate di art-rock, che hanno ben assimilato la lezione delle avanguardie (non solo jazz) e che conoscono alla perfezione le intricate (ma non incomprensibili) piste della modernità. Ad esempio Massimilano Milesi, sassofonista tenore da Bergamo, notevole collaboratore di Tino Tracanna e Giovanni Falzone.
Ad ascoltare questo notevole disco, nel complesso di una freschezza insolita e con il titolo ispirato da un gran racconto di fantascienza di Walter Tevis su un solido “impossibile”, vengono subito alla mente molti, molti riferimenti. Intanto quegli arpeggi ambigui, un po’ sospesi nel vuoto, tra maggiore e minore che marcavano i primi lavori dei Tortoise e dei Gastr del Sol, il clima sonoro avvolgente e anche disorientante del Dylan Group e del Claudia Quintet, certe temperature elettroacustiche che toccavano sempre i Soft Machine che furono, infine anche avventure lontane dei King Crimson. La costante presenza di un Wurlitzer, piano e sintetizzatori che incorniciano il tutto avvalora l’ipotesi: a volte per muovere passi nel futuro bisogna saper lanciare occhiate indietro. Milesi dalla sua ha un suono gemente e accorato che potrebbe rammentare Charles Lloyd e certo Ayler: un merito, non un calco mimetico.