ITA Audio Review, Piercarlo Poggio (dec.2016)

Sperimentazione moderata e conoscenza del passato. Filippo Vignato, non ancora trentenne, ha partorito da leader un esordio superiore di gran lunga alla media nazionale. Facile prevederne l’inclusione tra le migliori uscite italiane dell’anno: se così non dovesse accadere, sarà un’ulteriore prova dell’inutile fiera di referendum specializzati di fine stagione. Il suo trombone ha un curriculum di rispetto e si è perfezionato a Parigi, in apparenza luogo ancora ideale per giungere a una formazione che accanto agli insegnamenti di stampo accademico sappia offrire aperture molteplici. “Plastic Breath” nasce dunque internazionale, con il contributo sostanziale di Yannick Lestra e Attila Gyarfas, giovani speranze anche loro e in sintonia con Vignato dal 2014.
La tradizione a cui rimanda il disco non ha nulla di boppistico e rivela piuttosto un’inclinazione per la sperimentazione dei Settanta, limata nei suoi aspetti radicali e aggiornata al gusto dell’oggi. Per capirci, il trombone di Vignato è più Mangelsdorff che Rutherford e procede per frasi arrotondate, asciutte ma a loro modo assai piacevoli. E qui e là affiorano spezzoni che ricordano gli Slickaphonics di Ray Anderson, benché con meno irruenza e dinamismo. La batteria di Gyarfas per converso procede con una metrica astratta e svagata che sa molto di rock contemporaneo, e nell’economia generale del lavoro pare scelta azzeccata. Nel trio è il fender rhodes di Lestra a rappresentare un ideale punto di coagulazione, l’elettrico démodé che sa ancora produrre suoni generosi, avviluppanti, oppure tenere gorgogliante bordone sottotraccia alle evoluzioni di Vignato. E pazienza per qualche stasi riflessiva in eccesso che induce a lievi cali di tensione.