ITA Audio Review, Piercarlo Poggio (feb.2018)

L’apertura contrabbassista di “Helm” pare preludere all’avvio di un brano dall’incedere amichevolmente rassicurante; il drumming franto configurato quale citazione di scansioni drum’n’bass elimina però in fretta la primitiva sensazione, e il successivo ingresso del clarone spariglia ulteriormente le carte. Joe Rehmer, Stefano Tamborrino e Dan Kinzelman, questo l’ordine di apparizione, giungono a un sesto disco al solito ricco in tenore vitaminico ma che risuona ancora più felicemente ingarbugliato delle precedenti prove. E’ un trio senz’altro al passo con i tempi, per certi versi persino un po’ in anticipo, se si considera la proprietà dimostrata nell’uso di differenti linguaggi, incrociati e sovrapposti in maniera non dilettantistica.
Tutti i componenti maneggiano con sufficiente disinvoltura l’elettronica, spesso e volentieri componente primaria della sostanza dei brani; avviene ad esempio in “Salsa Caliente”, evocazione di suoni latinoamericani destrutturati e depotenziati sino al dissolvimento finale. “The Go Round” impiega la voce in maniera simile a una seduta di slam poetry, collocata fra l’introduzione del tenore di Kinzelman e una lunga coda percussiva di Tamborrino.
Hobby Horse ama muoversi al crepuscolo (“Buckle”), quando non addirittura di notte (“Cascade”) e in generale le tracce rinunciano ad essere appariscenti per andare alla ricerca di energie nascoste e sotterranee. L’agire nell’ombra è indubbiamente il fascino maggiore esercitato da un disco che porta inoltre in dote la placida cover di “Born Again Cretin” (Robert Wyatt) e, all’opposto, la ventina di minuti di “Evidently Chickentown“, breve lirica del poeta punk John Cooper Clarke contornata da un estenuante bordone apocalittico, esagerato e provocatorio.