ITA Audio Review, Piercarlo Poggio (jan.2016)

La seconda prova di Matteo Bortone può essere considerata emblematica di quanto avviene tra i jazzisti italiani non ancora pienamente affermati ma dal curriculum già sostanzioso. L’esperienza parigina del contrabbassista, ad esempio, ha lasciato il segno, avvertibile nella scioltezza di dettato dei temi (ideati dallo stesso Bortone), nella cura in cui sono esposti i brani, nell’equilibrato affidamento delle parti ai componenti del gruppo. Su un altro versante c’è però l’inconveniente di molte e variate suggestioni sparse nello stesso disco, quasi a voler dimostrare di saper padroneggiare ambiti differenti, quando sarebbe forse stato meglio rendere il tutto più uniforme. E infine non si comprende la necessità di dover rileggere sempre almeno un brano di qualche leggenda del rock, nello specifico i Led Zeppelin di “House of the Holy”.
Ciò premesso, “Time Images” offre più di un momento di felice realizzazione. Lo zigzagare di “Sunday Supermarket”, con le sue assortite coloriture regalate dall’alto di Antonin-Tri Hoang e dalla chitarra di Francesco Diodati. “Wide Blue” secca, tirata e scostante per merito del clarone di Hoang. Le profondità dilatate di “Crackle”, attraversata dal solo meditato di Bortone. L’intervento di Diodati in “Broskar”, a nobilitare un brano partito in maniera un poco molle. La batteria non appariscente di Ariel Tessier eppure di grande sostanza. E peccato per qualche inconsistenza di troppo in “Locked Room”, “Olvidao” e “Olvidao #1”, tracce formalmente ineccepibili ma prive del giusto vigore. Al voto abbiamo aggiunto volentieri un mezzo punto di incoraggiamento, perché auguriamo a Bortone di saper precisare in futuro ancora meglio le coordinate all’interno delle quali far muovere la propria musica.