ITA Audiophile Sound, Daniele Cecchini (sep.2008)

Una formazione dal cast geograficamente variegato si esibisce in concerto negli studi di Radio RAI. L’incontro è abbastanza occasionale, ma i nomi coinvolti, nonostante la diversità delle provenienze, sono di tutto interesse: l’olandese Sean Bergin (sax), gli italiani Gianluca Petrella (trombone) e Antonio Borghini (contrabbasso), lo statunitense, gravitante nell’orbita di Chicago, Hamid Drake (batteria). Per l’occasione si fanno chiamare Domino Quartet del resto, dopo la prima scintilla, la loro esibizione è una serie di vampate che procedono come una reazione a catena, proprio come il gioco eponimo. Pochi secondi di caos primordiale aprono Radio 3 Sessions. Poi il Domino Quartet inizia a scolpire un universo fatto di gesti sonori espressionisti, di una batteria che inchioda il tempo e lo rilancia in un’altra direzione rendendo Navigation # 14 una spericolata scorribanda in territori stilistici mingusiani. La fluidità della pulsazione fornita da Hamid Drake, unitamente agli ampi scostamenti del metronomo, ci catapulta su una specie di ottovolante illuminato dalle luci del free bop. Sotto i fiati, che soffiano frasi lavorate a sbalzo come metallo incandescente, pulsa un contrabbasso decisamente bluesy e dai riflessi addirittura swinganti. Roba da cardiopalma: la musica come ebbro abbandono vitalistico, l’arte del ritmo come rituale sciamanico. Se non siete rimasti storditi da questa furente iniziazione alla musica del Domino Quartet lo sarete allora dalla successiva Aimlessley: anche qui un’introduzione fuori dal tempo coi fiati che espongono un materiale dall’aspetto primigenio. Poi la batteria fa da detonatore: la musica improvvisamente si fa incalzante, coi due solisti che lavorano simultaneamente, in una polifonia fatta anche solo di frasi brevi o incisi. Anche qui, il walking bass e un’apparizione ritmica latina ci ricordano che non siamo su un altro pianeta ma nel mezzo di un jazz di delirante esuberanza. Scandita dal flauto di Bergin, Zulu Wedding è uno spartano inno africanista di sapore free folk, mentre i successivi tre brani firmati da Borghini costituiscono un unico blocco di astrattismo materico. Qui il gruppo ha raggiunto una originale sintesi linguistica: il free bop storico trova la sua risoluzione in una musica contemporanea, intellettualmente sofisticata eppure fisicamente eccitante. Dopo uno Stole Awayil cui tema cantilenante, legato alla tradizione del canto afroamericano, è gettato in un turbine iconoclasta (come piaceva ad Albert Ayler), il disco si chiude su un più esplicito omaggio a Charles Mingus, il cui Peggy’s Blues Skylight è reso burrascoso dalla trascinante prova di Drake. Una foto all’interno del packaging del CD mostra il Domino Quartet in azione negli studi della RAI di Roma. L’organico è insolito e la sua disposizione non è da meno: batteria a sinistra, contrabbasso al centro e fiati affiancati a destra. I musicisti sono ben distanziati tra loro, tranne i fiati che sono spalla a spalla, disponendosi su un fronte molto ampio. Il soundstage discografico fotografa solo in parte la situazione reale, alterando un po’ le cose in maniera da renderle assai più inte- ressanti per l’orecchio. Il basso rimane al suo posto centrale e la batteria è dove dev’essere, a sinistra. Ma alcuni elementi percussivi sono dislocati a destra, aumentando la tridimensionalità della scena. Quanto ai fiati, sentiamo il trombone provenire da centrodestra ma il sax, sorpresa, è stato spostato dall’estrema destra del teatro al centro-sinistra del disco: così si ottiene un perfetto dialogo nello spazio tra i due strumenti a fiato anzichá una sovrapposizione delle loro immagini. La scelta è quindi assai apprezzabile. Per il resto c’è molta aria attorno agli strumenti e si conserva la notevole estensione in lateralità del loro posizionamento nello studio RAI, senza che si aprano vuoti nell’immagine. La resa tonale è caratterizzata da un’ampia estensione, al meglio delle possibilità rispetto agli strumenti sulla scena. Gli estremi di gamma sono eccellenti, perfettamente sotto controllo e timbricamente ben delineati. Sia in alto che in basso i suoni sono ben scolpiti: i bassi hanno un colore vivido e sono riconoscibili come note precise e non vaghi bum-bum; i piatti di Drake hanno ciascuno un proprio riflesso e persistenza del suono. Il missaggio aiuta leggermente i fiati a emergere sulla ritmica, senza però che il loro registro si carichi eccessivamente. Il respiro dinamico permette agli strumenti di uscire dagli altoparlanti con dimensioni realistiche. Quanto alla precisione dell’insieme, l’impressione è che ai microfoni non sia sfuggita la minima sfumatura della musica prodotta dal quartetto. In sintesi, una fattura sonora davvero eccellente: il missaggio realizzato da Stefano Amerio nel suo studio di Cavalicco ha sicuramente contribuito in maniera determinante alla bontà del risultato.

giudizio artistico: OTTIMO-ECCEZIONALE
giudizio tecnico: OTTIMO-ECCEZIONALE