ITA Buscadero, Gianfranco Callieri (dec.2019)

Nonostante un libro di Walter Veltroni a lui dedicato (Il Disco Del Mondo, Rizzoli, 2003) e una successiva trasposizione cinematografica del medesimo diretta da Riccardo Milani qualche anno dopo (Piano, Solo, 2007), negli ultimi tempi del pianista palermitano (poi fiorentino d’adozione) Luca Flores, tra i massimi talenti dell’altrimenti negletto jazz italiano degli ’80, non a caso spessissimo collaboratore di un altro artista dalle doti immense e dalla vita sfortunata come il contraltista romano Massimo Urbani, si è parlato poco, quasi nulla. Un po’ perché la famiglia, dimostrando un encomiabile senso del decoro, si è ben guardata dall’indugiare in eventuali speculazioni postume, e un po’ perché gli ultimi giorni della sua esistenza infelice, segnata da un crescente disagio psichico che l’avrebbe portato a incorrere in diversi episodi di autolesionismo, fino al suicidio del 1995 (si tolse la vita a 38 anni, per non sentire più quel «cacciavite» che gli «spingeva il cervello in gola»), continuano a non rientrare nel canone dell’artista maledetto ancorché sensibile e ingegnoso, ma raccontano invece, ancora e ancora, solo l’inesorabile sprofondare di Flores in un abisso di sofferenza. Eppure ascoltando questo doppio Innocence, venuto alla luce grazie agli sforzi di Michelle Bobko (cantante nonché compagna degli anni estremi del musicista), dell’ingegnere del suono Stefano Lugli e del collega (e studioso) Luigi Bozzolan, non si può che restare meravigliati dalla constatazione di quale inventiva, quali variazioni, quali colori, quale creatività, quale feroce e sconfinato desiderio di emozioni e di vita sapesse esprimere Flores davanti a una tastiera. Il materiale qui raccolto era nato, in origine nel 1994, per confluire in un album da Flores pensato come dedica alla propria infanzia, trascorsa in Mozambico dal ’59 al ’66, e per questo lo strumento del musicista avrebbe dovuto avvalersi, nelle intenzioni, della voce di Miriam Makeba e dell’accompagnamento di un organico piuttosto numeroso. A causa della morte prematura di Flores non se ne fece nulla e il suo discografico di allora, Peppo Spagnoli della varesina Splasc(H), nell’impossibilità di portare a compimento il progetto pubblicò un altro disco per pianoforte solista, il dolente For Those I Never Knew (1995), registrato pochi giorni prima della scomparsa. I sedici brani di Innocence, però, restano un’altra cosa, ancor più lirica e ricca di memoria e corporeità di quanto non apparissero le undici miniature dell’album poc’anzi citato. Protagoniste assolute della scaletta sono sempre le note del pianoforte di Flores e gli acuti della sua voce fluttuante negli interni di una sala d’incisione, ma se il primo CD, con alcune interpretazioni da capogiro di temi provenienti dai repertori di Charlie Parker, Bud Powell e Thelonious Monk (sebbene il più bello di tutti sia un lungo pellegrinaggio da un quarto d’ora intorno ai malinconici cromatismi della Lush Life di Billy Strayhorn), lo vede spingere sulla tastiera in torni percussioni e tambureggianti, come se ricercasse le sorgenti ritmiche del suo apprendistato africano, la predominanza di tracce autografe del secondo consegna invece il lavoro alla dolcezza di una fantasticheria dove l’impressionismo delle note blu e dei chiari di luna si distende, con un velo di nostalgica tristezza, sopra a ogni altra sfumatura del discorso, in attesa di troncarsi all’improvviso sull’andatura estatica della commossa Silent Brother. Nulla da aggiungere a beneficio di quanti non abbiano dimenticato l’unicità del gesto di Flores, poco altro da specificare anche per chi non si fosse mai imbattuto prima nel suo nome: Innocence è un’opera ritrovata il cui autore, come sempre baciato da un’ispirazione febbrile, si dimostra in perenne stato di grazia.