ITA Buscadero, Lino Brunetti (apr.2019)

I Satoyama sono un quartetto di Ivrea formato dal trombettista Luca Benedetto, dal chitarrista Christian Russano, dal contrabbassista Marco Bellafiore e dal batterista Gabriele Luttino. Magic Forest è il loro terzo album e, nonostante il suo essere fondamentalmente un disco strumentale (fa eccezione la presenza di una voce che elenca dati in Dry Land), è caratterizzato da una sensibilità ecologista che fa attribuire ad ogni brano in scaletta una tematica ambientalista, dall’inquinamento alle desertificazioni, dalle guerre per l’acqua al surriscaldamento globale e così via. Intento lodevolissimo che qui si sposa a musiche altrettanto interessanti, certamente d’ascendenza jazz, ma poi nella realtà di ben più difficile catalogazione. Ciò che colpisce fin dal primo ascolto è la cura con cui sono stati arrangiati tutti i brani, con la tromba quasi sempre responsabile del versante melodico, ma con tutti gli altri strumenti capaci di prendersi il proscenio in men che non si dica e comunque sempre parimenti fondamentali nella definizione di queste musiche. I filamenti fiatistici che tra percussioni ed electronics aprono l’album in Plastic Whale scivolano tra le scansioni ritmiche radioheadiane di One Part Per Million, prima di lasciarsi andare alle partiture malinconiche e cangianti, accresciute da un coro nel finale, di Aral. Il drive ritmico di Melting Point fa da opportuno fondale al dialogo tra tromba e chitarra, che qui si accende di flash psichedelici. Non alieni a logiche post-rock (sentitevi Leave, con tanto di filigrana world), i Satoyama colpiscono nel segno sia nei pezzi più lenti e circospetti (Sovation, la titte-track), che in quelli più cangianti e movimentati (la bella melodia folk di Dry Land). Da sentire.