ITA chiediame.com, Federico Fini (nov.2019)

Ghost Horse: Trojan come Solaris di Tarkovskij?

Non credo in una forma organizzata del pensiero, perché fatalmente insincera. Credo, piuttosto, in ciò che sorge spontaneo, necessario, e che successivamente viene ordinato solo quel tanto che basta a renderlo comunicabile. Come, forse, questo post. Penso che ognuno di noi viaggi con delle sonde che pianta ad ogni istante per la via che attraversa, al bancone di un bar, sul volto di uno sconosciuto. Per giocare a questo gioco occorre non solo essere liberi, ma utilizzare partiture e strumenti a loro volta non vincolati da regole di sorta. Il jazz, non a caso, è il territorio di tale libertà, ma anche il jazz in quanto etichetta è un confine. Occorre abbattere, dunque, quel residuo di mura, distruggere le consuetudini che lo rendono accettabile, suonabile di fronte a un centinaio di clienti paganti, bevute comprese, e farne arte dell’inconscio.

Tra le band più libere e non etichettabili vanno annoverati gli italo-americani Ghost Horse. Per chi non li conoscesse sono Dan Kinzelman: tenor sax, bass clarinet, Filippo Vignato: trombone, Glauco Benedetti: tuba, euphonium, Gabrio Baldacci: baritone guitar, Joe Rehmer: bass, Stefano Tamborrino: drums In questo blog ho recentemente scritto di parte di loro per via del mirabolante “Sexuality”, il progetto musicale di Simone Graziano e del conseguente mini tour che ha visto Dan e Stefano co-protagonisti (se vuoi saperne di più clicca qui). Per fornire una descrizione che aiuti alla comprensione riprendo una definizione del gruppo trovata sul web che mi sembra particolarmente calzante: “un viaggio collettivo di ricerca, un’esplorazione, la cui direzione musicale è determinata dalla somma delle decisioni di ogni singolo musicista in una rete di relazioni che privilegia la cooperazione, senza però disdegnare il naturale prodursi del conflitto. Partendo da un humus fatto di poliritmie latine e africane, Ghost Horse tesse un ecosistema oscuro e complesso che digerisce, scompone e ricombina elementi di free jazz, hip hop e loop music. Il risultato è qualcosa di affascinante ma velatamente minaccioso, che vibra e respira con quella forza palpabile che percepiamo nei luoghi in cui la natura rigogliosa riprende possesso degli edifici abbandonati”.

Nella vita tutto è collegato da un invisibile filo e tale filo è invisibile solo perché Dio si prende gioco di noi apparendo altro da noi stessi. In realtà il destino non è che il realizzarsi del nostro inconscio deiforme,la forza d’attrazione della calamita che è in noi, destinata ad agglomerare eventi inevitabili. Non è, dunque, un caso che stanotte prima di scrivere questo pezzo guardassi parallelamente i due Solaris, quello del 1972 di Andrej TarkovskijAndrej Tarkovskij e la più recente versione di Steven Soderbergh del 2002. I due film sono diversi negli accenti che pongono e se dovessi dire ho avvertito istintivamente un’incredibile somiglianza tra il Solaris di Tarkovskij e il progetto degli Hobby Horse. So che il paragone è azzardato essendo il il film del regista russo una sorta di Guerra e Pace della cinematografia per densità di senso e iconicità, ma chi se ne frega? La mia ignoranza è una fedele compagna che mi autorizza ogni volta a osare.

Non pretendo, dunque, sia oggettivamente così, ma, come detto nell’incipit, credo nelle libere associazioni che il nostro inconscio compie, nel polarizzarsi dei fatti attorno a ciò che siamo. Per questo la coincidenza non è singolare. Il dominio di una natura padrona (simbolizzata nel gigantesco oceano che costituisce Solaris, pianeta dell’extra sistema solare) è tangibile nel lavoro dei Ghost Horse. Gli stessi interrogativi legati al senso della vita, dell’amore, a cosa voglia dire essere umani, fanno parte della loro narrazione. E’ fondamentale il quesito posto dal film e il piano intrecciato che esiste tra vita e rappresentazione della stessa. Cosa ci ancora a ciò che chiamiamo il reale? Cosa è davvero reale? L’amore stesso lo è o è pari al legame che stabiliamo con l’immagine della persona amata? Stanotte, però, mentre scrivevo ho percepito che il mio pensiero stava prendendo il sopravvento sull’inconscio e che stavo piegando a teoria una semplice intuizione. Gli ho dato così corda perché si appagasse, trovasse i nessi, quando i realtà li avevo già istintivamente chiari.

Ho ripreso i brani di Trojan che sto ascoltando con piacere puro da giorni. Intanto il titolo: Trojan (Horse), una macchina da guerra che altro non è se non uno stratagemma per penetrare nelle difese altrui. In Solaris il pianeta utilizza i ricordi, i dolori irrisolti per dare loro forma e irretire o forse solo comunicare con gli astronauti. La natura è elemento preminente, lo è in Forest for the trees, una sorta di camminamento tra alberi sovrastanti, fresca mattina, solitudine, così come nella sciamanica Il Bisonte in cui la tuba di Glauco Benedetti apre a dimensioni intime e trascendentali (il Dio, il Bisonte che siamo). Killing the Sword l’ho percepita, invece, tale e quale al desiderio pacificante del ritorno al padre, al tema del figliol prodigo (grazie all’intro lieve di Gabrio Baldacci), con la splendida scena finale del film in cui il protagonista si inginocchia, cingendo le gambe del padre come in un dipinto di Rembrandt., a qualcosa al di fuori di noi stessi; ma nel pezzo si trasforma improvvisamente in un furore conclusivo nella spada assassina, recidendo ciò che ci tiene legati., tagliando le radici La stessa Trojan è lo scacco che poniamo, che la natura pone, consapevole di poter dialogare liberamente col nostro inconscio.

Trojan non è solo questo, non è la mia libera associazione di idee, non è il mio pensiero razionale. E’ libera associazione di idee in sé, è oggetto solido e multidimensionale, ironico, iconico, godibile, inquieto. E’ jazz, è indie, è assurdo in quanto contrario ad esso. Mi è venuto in mente Albert Camus, mentre battevo i tasti furiosamente. Egli pensa all’uomo come il ”condannato a morte”. Il pensiero di Camus rinforza gli uomini, incita alle armi, promuove la fratellanza, serra i ranghi e prepara alla più grande delle battaglie, quella contro l’Assurdo. Lo stesso messaggio che colgo dall’indiano mascherato della copertina e dal suo doppio. Farsi scacco contro l’assurda omologazione dell’espressione e dei destini. Ispirarsi a un popolo straziato, soppiantato in nome dell’avidità, della modernità e ascoltare ciò che gli indiani per primi avevano ascoltato: la voce degli alberi, il rombo dei bisonti al galoppo sulle praterie, lo spirito.

Pensavo che se dovessi definire il senso della vita ascoltando il progetto dei Ghost Horse, direi che non c’è senso se non stringerci intorno all’arte, alla bellezza e questo è il massimo che possiamo attribuirgli. E dato che Trojan è arte, una sorta di Solaris che materializza in ognuno di noi i fantasmi di una vita, per divenire reale ha avuto bisogno dei ricordi, dei piaceri e dei dolori di tutti gli artisti che compongono la band, dei musicisti e della loro sensibilità e che ogni volta è illuminante ascoltarli. Sono geniali, divertenti, arte loro stessi, performer devastanti, creazione e distruzione. Un disco d’esordio notturno, senza barriere, da ascoltare immersi nella natura o tra i decrepiti edifici del nostro quotidiano. Sono uno scacco al jazz.. Fine. Titoli di coda.