ITA Corriere Adriatico, Saverio Spadavecchia (jun.2020)

Il protagonista Stefano Coppari, jesino d’adozione, presenta “Scar Let”
I brani del chitarrista jazz sono avvolgenti e anche di complessa melodia
«Un album che cura»

Uscito pochi giorni per Auand Records “Scar Let”, nuovo album del chitarrista jesino (nato però a Pescara) Stefano Coppari. Classe 1983, Coppari inizia a studiare musica all’età di 12 anni e si laurea con 110/110 in Chitarra Jazz presso il Conservatorio “Rossini” di Pesaro, per poi specializzarsi in “Direzione e Arrangiamento per Orchestra” sotto la guida del M° Bruno Tommaso sempre presso il Conservatorio pesarese. Contemporaneamente studia chitarra jazz e improvvisazione con Fabio Zeppetella e Ramberto Ciammarughi e partecipa a diversi seminari tra cui per due anni Siena Jazz e Roma Jazz’s Cool, dove ha la possibilità di confrontarsi con musicisti del calibro di Jeff Ballard, Peter Bernstein, Avishai Cohen, Gilad Hekselman, Roberto Cecchetto e Kurt Rosenwinkel.
Significativa tra le sue pubblicazioni anche quella con il monumento jazz tricolore Franco Cerri (“One, Two, Three Quartet!” del 2015 insieme a Lorenzo Scipioni al contrabbasso e Mauro Cimarra alla batteria). Un ritorno quello di “Scar Let” che segue il debutto da solista del 2016 “Eureka”, che vuole giocare anche con le parole dei brani originali, così come spiegato dallo stesso Coppari. «”Starlet” può facilmente diventare “Scar Let”, sfruttando il verbo “To Let” (lasciare, permettere) e il sostantivo “Scar” (cicatrice), il titolo suggerisce anche un lasciarsi cicatrizzare, un lasciarsi curare attraverso la musica. E come sia possibile farlo attraverso le nostre passioni, le persone e i luoghi che amiamo e che permettono di rimarginare le nostre ferite». Elegante, intenso, rosso scarlatto di passione come l’artwork, “Scar Let” scorre tra fraseggi di chitarra e sostegno di pianoforte, contrabbasso e batteria. Brani avvolgenti che si arrampicano seguendo il percorso di brani sempre densi di complessa melodia. “Verde Come”, “Ah Her Ego” ed “Earthbeat sono i momenti musicali che meglio descrivono le intuizioni del chitarrista jesino, sostenuto da Nico Tangherlini (pianoforte), Lorenzo Scipioni (contrabbasso) e Jacopo Ausili (batteria).
Album che arriva dopo la vittoria nel 2018 al Jazz Festival Johnny Raducanu nel 2018, e da quel momento la formazione prosegue nella maturazione di un suono che si trasforma nella somma delle esperienze e delle sensibilità dei musicisti coinvolti. «Ognuno ha apportato idee — spiega ancora il chitarrista marchigiano – arrangiamenti e stimoli su cui poi abbiamo potuto costruire un suono, in un percorso che ci ha portato a vivere questi brani e l’idea di band in modo molto efficace e produttivo». L’unico brano non originale del disco è proprio quello che ha segnato la loro svolta, “La Mouffe”, una sorta di pietra miliare della band: «Per partecipare all’International Jazz Festival Johnny Raducanu — conclude Coppari – abbiamo voluto arrangiare un brano del compositore omonimo. Mentre lo provavamo ci siamo accorti che stava nascendo un suono di gruppo, una sensazione difficile da spiegare, ma eravamo molto eccitati da questa cosa. È stato un momento molto illuminante, che ci ha permesso di credere nella direzione musicale in cui stavamo andando».