ITA Corriere del Mezzogiorno, Fabrizio Versienti (feb.2018)

Nasce tra Italia e America il noise-jazz di Hobby Horse.

L’elmo in copertina rappresenta bene l’estetica di questo disco, insieme distopico e ottimista,
«metallurgico» e immateriale, secondo uno spettro che copre tutte le antinomie della condizione umana contemporanea, simbioticamente legata a «macchine» che minacciano ogni giorno di più di prenderne il controllo. A dare una viva immagine sonora di tutto questo è un gruppo italo-americano, gli Hobby Horse. Un nome che sta per cavallo a dondolo, anche se altri sono i giocattoli e le occupazioni dei tre componenti di questa atipica band, che miscela improvvisazione jazz ed elettronica, puro noise e indie-rock in parti imprevedibili, secondo un’estetica risolutamente nemica del «grazioso» ma pronta a trovare la bellezza negli accostamenti più impensati. Il sassofonista-clarinettista Dan Kinzelman è nato negli Stati Uniti ma ormai dal 2005 vive in Italia, dove ha suonato con musicisti come Rava, Guidi, Ottolini,
cimentandosi anche in musiche per il teatro. Il contrabbassista Joe Rehmer vive tra America ed Europa intrattenendo una fittissima rete di collaborazioni, così come il batterista Stefano Tamborrino, toscano e cittadino del mondo, spesso al fianco di Gianluca Petrella o dall’altra parte dell’oceano del sassofonista David Binney. Al di là dei rispettivi strumenti, tutti e tre utilizzano anche l’elettronica e la voce, non certo per cantare in senso classico ma piuttosto per salmodiare testi abrasivi e punk come in Evidently Chickentown di John Cooper Clarke, o creare fragili armonie vocali in Born Again Cretin ripresa da Robert Wyatt, due atipiche «canzoni di protesta». Hanno fra i trenta e i quarant’anni, e questo progetto ha già non pochi anni e album alle spalle. Il recentissimo Helm è il loro primo cd pubblicato dall’etichetta pugliese Auand, gestita tra Bisceglie e Torino da Marco Valente con grandissima attenzione per il nuovo; il primo come gruppo, perché tutti e tre i musicisti in realtà figurano già nel catalogo Auand in altri progetti. Qui s’inizia dalle parti del jazz con il primo brano Helm; poi la materia musicale trova scansioni dure e ossessive, diventa di ghiaccio in Buckle e implode definitivamente nell’acido loop di Amundsen.