ITA Corriere del Mezzogiorno, Fabrizio Versienti (jan.2018)

Simone Graziano, il piano di nuova generazione

Oggi parliamo di un pianista jazz dell’ultima (o penultima) generazione che merita la massima
attenzione. Si chiama Simone Graziano, è fiorentino e non ha ancora 40 anni, ma nel tempo le sue strade hanno trovato proprio in Puglia uno snodo importante: il suo bell’album d’esordio in trio, Lightwalls, fu pubblicato nel 2010 dall’etichetta leccese Dodicilune, ma a valorizzarlo a dovere sono stati i tre cd prodotti (nel 2013, 2015 e 2017) dalla biscegliese Auand, nei quali Graziano ha dato prova di essere un ottimo compositore e band-leader. Nelle prime due occasioni il pianista ha guidato il quintetto Frontal, imperniato sulla ritmica e due sax, gli americani David Binney e Chris Speed (o Dan Kinzelman), per tornare in quest’ultima prova da poco nei negozi al trio, in compagnia di musicisti nuovi per lui. Per la prima volta alla batteria non c’è Stefano Tamborrino ma l’americano Tommy Crane, mentre al contrabbasso troviamo Francesco
Ponticelli al posto di Gabriele Evangelista; gli equilibri cambiano, ma un’ottima intesa si crea subito anche con i nuovi arrivati. Snailspace s’intitola l’ultimo cd del pianista fiorentino, a
segnalare una scelta estetica di fondo: quella della lentezza, del muoversi a passo di lumaca in un microcosmo più piccolo di quello che siamo abituati ad esplorare. Finora Graziano ci ha abituato a una musica fortemente strutturata e articolata, all’interno di brani che spesso utilizzano scansioni rock e che si sviluppano ininterrottamente come spirali senza fine, evitando la ripetizione tipica di tanto jazz moderno che procede secondo la formula «esposizione del tema – assoli e variazioni – ritorno del tema». La musica di Graziano non torna mai sui suoi passi, seguendo a modo suo la lezione dello svedese Esbjörn Svensson (1964-2008) che negli anni Novanta ha imposto al jazz un nuovo modo di pensare la musica. Snailspace tiene fede a questa scelta di fondo, anche se la spirale questa volta è quella di un «guscio di lumaca». Un’altra bella produzione di Marco Valente, che si conferma un grande scopritore di talenti; il produttore pugliese, tra l’altro, sa come stabilire con loro un rapporto che dura nel tempo. E la musica, in questi casi, ci guadagna in profondità.