ITA Corriere del Mezzogiorno, Fabrizio Versienti (mar.2004)

Nella sua multiforme attività di discografico-musicista-fondatore di siti internet d’argomento jazzistico-organizzatore di rassegne e imprenditore, il trentaquattrenne biscegliese Marco Valente trova il tempo di coltivare i suoi interessi al di là della pulsione al “fare”, scegliendo con cura gli oggetti su cui esercitare di volta in volta le sue competenze. Per esempio, con la sua etichetta, la Auand, ha finora prodotto una manciata di dischi accomunati dal fatto di essere eccentrici, fuori dagli schemi più abusati del jazz contemporaneo, animati dalla voglia di scoprire il nuovo in ogni sua forma. E i loro protagonisti condividono l’ossessione della manipolazione “fisica” del suono, ottenuta per via di elettronica o più spesso con artigianali modifiche e interventi sul “corpo” degli strumenti. Del tutto coerente con una storia cominciata con il primo album da leader del trombonista barese Gianluca Petrella (X-Ray, un disco dominato da un “colore” strumentale brunito e da una geometria decisamente non euclidea), e proseguita con le bizzarrie del friulano Francesco Bearzatti (Virus per un “organ trio” lontanissimo dal soul jazz), l’omaggio a Monk del chitarrista-rumorista siciliano Paolo Sorge (Trinkle Trio) e gli esercizi domestici del sassofonista newyorkese David Binney (A Small Madness), arriva ora il quinto titolo del catalogo Auand: s’intitola Ma.Ri, e documenta l’incontro in una serie di concerti in giro per l’Italia più “underground” di due musicisti sardi irriducibili nello sperimentare il nuovo ma allo stesso tempo profondamente legati alle loro tradizioni e capaci d’incantarsi davanti a un’idea antica di bellezza.
Parliamo del chitarrista Paolo Angeli e del pianista-fisarmonicista Antonello Salis. Poco più che trentenne il primo, bolognese d’adozione (Dams e altri laboratori-festival-centri sociali occupati), ultracinquantenne Salis, attestato a Roma da dove ha raggiunto ogni angolo d’Italia e d’Europa.
Angeli ha coltivato a lungo due passioni musicali parallele: quella per il jazz più estremo, l’improvvisazione radicale e la ricerca contemporanea da una lato, e quella per la tradizione popolare del nord della sua isola dall’altro. Fino al momento in cui ha deciso di far cortocircuitare i due “emisferi” autocostruendosi una chitarra sarda preparata: un affascinante oggetto che verrebbe da definire “macchina celibe”, se non fosse che funzione ce l’ha eccome. Moltiplicando le corde dello strumento, applicandovi sostegni e ponti con un gusto estetico da arte povera, Angeli ha ottenuto la quadratura del cerchio, l’ircocervo capace di suonare come un liuto, un bouzouki, un cymbalon, una marimba; una voce arcaica e futuribile, una scatola sonora capace di tutto.
Dal suo canto, Salis ha trovato da tempo sui suoi strumenti quello che cercava: poeta e atleta, dopo aver esplorato ogni anfratto e ogni riposta meccanica del pianoforte, ha scoperto nel semplice fischiettare il suono più prossimo all’estasi lirica. Insieme, nelle cinque sequenze improvvisate di Ma.Ri. (dove si affacciano anche temi di Morricone e dei Beatles, letteralmente trasfigurati), ci ricordano che la musica può essere gioco e azzardo, sfida all’ordine costituito e onda da cui farsi trasportare.
Marco Valente lo sa bene, e ci crede al punto da sfidare la curiosità del pubblico anche con una serie di concerti (Jazzos Live) al Politeama Italia di Bisceglie che ospitano – guarda caso – Paolo Sorge e David Binney.