ITA Corriere della Sera, Stefano de Stefano (jan.2015)

Un disco per orecchie forti, amanti delle distonie armoniche, delle imprevedibili disparità ritmiche, della cascata a pioggia di note improvvisative libere. Il titolo di questo cd, “Chaos Magnum”, è il miglior biglietto da visita dei Forefront (termine inglese che sta per avanguardia, avamposto), un giovane quartetto napoletano che del jazz ha scelto il percorso più accidentato e meno godibile, ma più creativo e interferente, soprattutto con la musica contemporanea post-classica. Come dimostra l’album appena uscito per l’etichetta Auand. E così non è difficile scorgere nelle 10 composizioni in scaletta una matrice post-free, declinata però in una forma concettuale tutta europea più vicina alla neoavanguardia continentale degli anni ’60 e ’70 (Bennink, von Schlippenbach, Mengelberg o il napoletano Schiano), che alla New Thing afroamericana degli Ornette Coleman, Roland Kirk, Cecil Taylor ed Anthony Braxton, meno debitrice verso lo sperimentalismo concretista alla John Cage, a cui il quartetto dedica “Metamorphin”, o alla Luciano Berio, qui citato attraverso il brano “Stream of Consciousness”. Il gruppo formato da Jack D’Amico al piano (autore di tutti i brani), Antonio Raia al sax, Umberto Lepore al contrabbasso e Marco Castaldo alla batteria, prosegue così nel mainstream della ricerca novecentista affrontando anche “Traeumen der Hoelle” per Stockhausen e “Dodeca” per Schoenberg. Con la sorpresa finale di un più intimo “Tenebrae” in omaggio a Gesualdo da Venosa.