ITA Extra! Music Magazine, Giancarlo De Chirico (jul.2014)

L’album che non ti aspetti, bello ed intrigante, molto più che una piacevole sorpresa. Il disco si intitola “Polemonta” ed è l’opera prima dei Luz, una band che inizialmente nasce come trio composto dal chitarrista Giacomo Ancillotto, dal contrabbassista Igor Legari e dal batterista Federico Leo, ai quali si è aggiunta più recentemente la violoncellista americana Tomeka Reid, apprezzata artista della scena underground di Chicago.
Il nucleo centrale del gruppo nasce a Roma nel 2011 e partecipa attivamente al Collettivo Musicale Franco Ferguson, maturando un senso compiuto di coesione compositiva e una particolare abilità nella costruzione di arrangiamenti molto originali e decisamente complessi, che non vanno in un’unica direzione. Abbiamo a che fare con musica d’avanguardia, che prende in prestito stilemi del rock progressivo dei primi anni Settanta, ma anche musica classica contemporanea, free jazz e improvvisazione. Il contributo del violoncello di Tomeka Reid si rivela essenziale nel tessere trame musicali altamente drammatiche e talvolta struggenti, mentre il “guitar work” della chitarra di Giacomo Ancillotto risulta influenzato in diverse occasioni da passaggi armonici e dalle micro-fratture del tessuto compositivo tipiche di Robert Fripp e dei suoi King Crimson.
L’album è solo strumentale, è poco indicato a quanti chiedono alla musica un “facile ascolto” e si protrae lungo sentieri vorticosi e complessi, che talvolta sono dissonanti, stridono, sviluppano tensione. “Polemonta” è un termine della lingua grecanica, anticamente diffusa nel Salento, che vuol dire “lavoro” o anche “combattimento”. Simboleggia di certo gli sforzi compositivi e l’impegno della band che vuole coniare una moneta musicale mai emessa prima. Il nome del gruppo deriva dal romanzo “Che Tu Per me Sia il Coltello” di David Grossman, più esattamente da un passaggio in cui si parla di un ossicino minuscolo, indistruttibile, che si trova giusto all’estremità della spina dorsale e che viene chiamato per l’appunto Luz. Tale piccolo osso non si decompone dopo la morte, né brucia con il fuoco. Questo a significare lo spessore di una musicalità che parte dal “nocciolo duro” del corpo, che è istintiva, fragorosa ma anche quanto mai ricercata e difficile.
L’album è stato registrato presso gli studi Entropya Ballabio di Perugia, con la supervisione tecnica di Roberto Lioli; il missaggio è stato affidato a Antonio Castiello, mentre Valerio Daniele si è occupato del mastering, valorizzando il dinamismo e la profondità dei suoni scaturiti dall’energia creativa dei Luz, una band da seguire con estrema attenzione e che attualmente si trova in tour in Italia e in Europa per una lunga serie di concerti dal vivo. Atmosfere sospese, interventi musicali inquietanti, lacerazioni improvvise, il tutto che va a meglio definire un discorso musicale che è unico ed irripetibile. Da ascoltare.