ITA giornaledellamusica.it, Nazim Comunale (feb.2019)

Esordio per il chitarrista fiorentino Claudio Miotti, classe 1977 di stanza a Parigi oramai da lungo tempo. È interessante, la combinazione timbrica del trio di questo Claxxx, che vede la chitarra baritono del leader affiancata dal clarinetto (anche basso) di Matteo Pastorino (nella cartella stampa Miotti afferma di aver trovato ispirazione nell’incontro tra Don Byron e Bill Frisell immortalato nel disco Romance with the Unseen) e dalla batteria di Jean-Baptiste Pinet.

Interessante è anche il risultato di questo incontro? La breve title track, piena di spazio, benedetta da una melodia ariosa e da un groove lieve eppure inesorabile, funziona a meraviglia: la stessa leggerezza calviniana informa “Tête à tête avec la bête”, che regala un tema cantabile non banale. L’autunno interiore di “Pussycat” è un cielo con una vaghissima pioggia (molto buono il lavoro del clarinetto, sempre discreto e cruciale), mentre alcuni esperimenti magari non del tutto riusciti (“Encore”, con un incipit tra impeto bluegrass da rodeo e New Orleans) rivelano una penna curiosa, alla ricerca di soluzioni che schivino il già detto. Vengono in mente in alcuni frangenti certi dischi di Charlie Hunter (in particolare il suo migliore, per chi scrive, ovvero l’esordio in trio per l’etichetta personale di Les Claypool dei Primus, la Prawn Song), a cui lo accomuna anche l’uso dello strumento: per Miotti una chitarra baritono, per il musicista del Rhode Island una chitarra in quel caso a sette corde.

Tra blues in punta di dita (“Visages”) che curiosamente si aprono con un arpeggio che ricorda addirittura una versione alla moviola di “Frogs” degli Alice in Chains (dal loro Mtv Unplugged) e rincorse su una corda in equilibrio tra modern jazz e ipnosi ritmica (“Mena”, dove è azzeccatissima l’idea di rimanere vicini al pianissimo nella dinamica generale, rende il pezzo molto più potente, paradossalmente), il disco scorre riuscendo a tenersi il più delle volte lontano dalla secche del risaputo.
Gli accenti imprendibili di “Rocco Akhbar” preludono a uno sviluppo che però non arriva, “Deep” mantiene la profondità che promette solo nel finale, quando si forma un triangolo scaleno con angoli che racchiudono ombre, fratture, misteri (di nuovo, intelligente l’idea di restare bassi con i volumi, così da far risuonare questa nevrosi meno ossessiva e più elusiva. La traccia d’apertura riproposta con l’intervento del rapper Raajaajee fa pensare, fatte le debite proporzioni, all’incontro a cui abbiamo assistito quest’estate proprio in Francia, a Mulhouse, tra Saul Williams e David Murray. “Bahame” chiude il sipario con un magnifico ibrido tra raga indiano e piani sequenza sul Pacifico e le coste del Big Sur (il tocco di Frisell qui nuovamente sembra un faro), riprendendo poi il tema con si apriva il disco, in un percorso circolare in cui è stato e sarà bello perdersi.