ITA giornaledellamusica.it, Nazim Comunale (mar.2018)

Francesco Fiorenzani, acqua e ghiaccio
L’esordio su Auand per Francesco Fiorenzani con Silent Water, un disco di grazia e compostezza nordica

Un suono intimo, raccolto, quasi sussurrato, un soliloquio a basso volume sul quale ti aspetteresti di veder sbucare da dietro l’angolo da un momento all’altro la voce di Elvis Costello (la memoria corre al bellissimo Deep Dead Blue in coppia con Bill Frisell del 1995). Toni di grigio in un album di fotografie nitide e antiche ma non polverose, e un dialogo limpido tra gli strumenti (Achille Succi ad alto sax e clarinetto basso, Luca Sguera a piano e tastiere, Francesco Ponticelli al contrabbasso, Bernardo Guerra alla batteria) per un disco che non percorre strade inedite ma fa compagnia e sa raccontare senza essere didascalico.
Francesco Fiorenzani, compositore e chitarrista all’esordio su Auand con questo Silent Water si ispira ad una poesia di Lao-Tzu:
“L’acqua è fluida, morbida e cedevole. Ma l’acqua porta via la roccia, che è rigida e non può cedere. Come regola, tutto ciò che è fluido, morbido e cedevole sovrasterà ciò che è rigido e duro. Questo è un altro paradosso. Ciò che è morbido è forte.”
Ed è morbido e sempre misuratissimo il tocco del leader, i cui pezzi si attestano su durate medio-lunghe, indugiando tra classicità post-bop (“Six Degrees of Separation”), rarefazioni che già nel titolo rimandano a geografie e mappe musicali note (“Oslo”), con dinamiche sempre indugianti al piano e un mood cinematico e con un quid di profondo blues capace di dire, di evocare. Dolente, vivida, lievissima e cruciale al tempo stesso la voce alle ance di Achille Succi. Più incalzante ed astratta “Madiba’s World”, persa in un groove simile a un cubo di Rubik, tra sovrapposizioni, unisoni, ripetizioni e sottrazioni, e poi la voce di Nelson Mandela.
Se in qualche frangente (“Major Tom” e “A Son Never Forgets”, con Camilla Battaglia alla voce, con qualche fugace ombra di Canterbury) l’ispirazione non suona urgente e la scrittura non così brillante, l’ora tonda del disco scorre proprio come acqua, grazie a un patto del silenzio tra gli interpreti coinvolti, capaci di muoversi con equilibrio e sicurezza sul bordo dello stesso, senza lasciarsi andare, ma non suonando per questo troppo algidi.
Certo, per l’orecchio di chi scrive un che di compostezza in meno avrebbe senz’altro giovato alla riuscita del lavoro, ma sarebbe paradossale rinfacciare eccessiva eleganza a un pugno di brani perfetti per questi giorni di vento siberiano, capace di riscaldare con storie che suonano familiari ma non risapute, non inaudite certo ma raccontate con grazia (la conclusiva “The Saviour”), una grazia che ci fa ancora intravedere dettagli nascosti e la bellezza del mondo-sirena che nonostante tutto fa capolino dietro all’oblò della nave, mentre solchiamo i mari gelidi di febbraio, sorpresi a volte di non naufragare.