ITA Great Black Music, Francesco Barresi (may.2018)

Si discute sovente, a volte anche su questo blog, di jazz italiano, facendo inevitabilmente riferimento ai nomi che possiedono maggiore visibilità in tale panorama. Fortunatamente la lista dei protagonisti è molto più nutrita ed è costituita anche da musicisti degni della massima attenzione che, a volte, ci regalano gradite sorprese. Una di queste è rappresentata dal disco di cui ci apprestiamo a parlare e che costituisce il debutto discografico in ambito jazzistico del trio di Giampiero Locatelli. Pianista reggino della generazione dei quarantenni, il Nostro è musicista di formazione e consolidata attività accademica, dunque, personaggio con personalità musicale già formata, ricoprendo anche il ruolo di insegnante al conservatorio di Reggio Calabria. Dal 2002 inizia un percorso nell’ambito della musica improvvisata che lo avvicina al jazz e matura negli anni studi e collaborazioni che ne plasmano una personalità anche sotto il profilo jazzistico. Non è semplice far convivere l’ anima classica con quella di ispirazione afro-americana, ma in questo caso le due anime quasi si legittimano reciprocamente, senza alcun tipo di difficoltà che possa condizionare la validità del progetto. Nel 2017, insieme al contrabbassista Gabriele Evangelista e al batterista Enrico Morello, Locatelli forma un suo trio e in Marzo incide il disco in oggetto, pubblicato nello scorso mese di Febbraio.
Ci troviamo di fronte ad un’opera di qualità, in cui è dispiegata una maturità linguistica importante, sia sotto l’aspetto compositivo che sotto quello solistico. Otto composizioni, tutte della penna del leader, ognuna con caratteristiche e peculiarità diverse e specifiche. La prima, Fizzle, Deed Slow, apre il disco con una tensione ritmica e musicale che denota una urgenza espressiva controllata e ben definita. Una esigenza che si mantiene costante, dimostrando così il carattere personale della musica che si sviluppa poi in un alternanza di momenti, più sospesi, come nel seguente Path, o dalle influenze quasi bachiane di Inspire me, o come in From the last frame, altro brano contenente atmosfere di ispirazione accademica. Tuttavia, non ci si faccia trarre in inganno da queste considerazioni, poiché la musica mantiene in ogni brano una impronta jazzistica manifestando una pertinenza armonica e ritmica spiccata, direi di “pieranunziana” ispirazione. Merito di ciò va ascritto anche a Gabriele Evangelista ed Enrico Morello che si dimostrano ottimi strumentisti capaci di dialogare alla pari con il leader, condividendo con lui il merito della riuscita del disco. Un album importante, frutto di un talento che si pone autorevolmente come positivo protagonista della scena italiana.