ITA groovin2019, Marco Ughetto (jan.2019)
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Tra gli album ascoltati nel 2018, l’esordio discografico degli Edna, “Born to be why”, pubblicato dall’etichetta pugliese Auand Records, è sicuramente uno dei più belli. Gli Edna sono il trio di Andrea Bozzetto (Fender Rhodes e Sintetizzatori), Stefano Risso (Contrabbasso) e Mattia Barbieri (Batteria), tre musicisti con un curriculum almeno ventennale di collaborazioni prestigiose che finalmente concretizzano un lavoro comune di composizione e ricerca musicale.

“Born to be why” risente chiaramente della formazione e del gusto personale jazzistico del trio, ma il suo pregio principale è quello di riuscire a scrollarsi di dosso un certo odore di stantio che il genere da tempo si porta appresso. In un’epoca in cui tutto si contamina, molti esponenti del mondo del jazz, forse troppi, sono rimasti legati a stilemi ormai sorpassati, senza contribuire significativamente a innovare il movimento. Gli Edna invece appartengono a quel nugolo di artisti che stanno provando a offrire interpretazioni originali, a perseguire strade che si allontanano dai cliché, soprattutto privilegiando una ricerca armonica e timbrica non convenzionale. Pur restando infatti vicini a certe sonorità tradizionali – il modo di suonare di Barbieri non lascia dubbi sul suo percorso artistico, ma anche la scelta del contrabbasso rimanda inequivocabilmente all’universo di riferimento – hanno sicuramente fatto uno scatto in avanti nell’approfondimento dei territori sonori a disposizione. Intanto perché finalmente sconfessano le classiche strutture che il genere ci ha proposto per anni. Niente “tema-assoli interminabili-tema”, ma una costruzione dei brani che procede per gradi. Se vogliamo, è una visione del jazz in chiave post-moderna, in cui gli episodi non si susseguono in modo ordinato secondo schemi preconfezionati. Il disco sembra risentire dell’influenza di un certo minimalismo, con molti brani che partono da un’idea di base e sviluppano nel tempo i propri pattern fino a quando non raggiungono la loro compiutezza. Inoltre l’esibizione parossistica della tecnica eccelsa di cui solitamente sono in possesso i jazzisti, in questo disco viene messa da parte, o quanto meno, posta in secondo piano rispetto alla costruzione compositiva; come traspare ad esempio nella breve title track in cui si sublima l’elaborazione della linea tematica e il tentativo di sfuggire agli stereotipi melodici. Questo non significa che non siano presenti momenti di improvvisazione che mettano in risalto la perizia incomparabile dei tre, ma a spiccare nel disco sono soprattutto il lavoro di cesello sugli intrecci melodici e la ricerca maniacale sull’armonia. Si veda ad esempio il solo tastieristico di “Iride” dove Bozzetto non cede mai alla tentazione della velocità ma pesa con un’attenzione certosina ogni singola nota. Il risultato è una perfetta prova di creatività visionaria. Altro bell’esempio di felice re-interpretazione degli stilemi di genere è “Hiccups”. Anche questo è un brano relativamente corto, nel quale i sintetizzatori si mescolano al tessuto ritmico in maniera tale da spostarne il percorso verso caratteri quasi ambient. Va infine dato conto di come gli Edna sappiano svincolarsi da una certa classicità anche grazie all’uso di effettistica, elettronica ma anche acustica – ad esempio la tecnica percussiva delle bacchette che strisciano sui piatti della batteria, emettendo sibili e suoni striduli – e di una strumentazione sui generis. Perché se è vero che i temi sono spesso esposti con un Fender Rhodes che offre soluzioni timbriche abbastanza tradizionali, il frequente uso di sintetizzatori, o di stombox per chitarra che sporcano le parti di tastiera, fornisce alle composizioni degli Edna un alone straniante che spiazza.

Il disco consta di dieci tracce – più due brani aggiuntivi presenti unicamente nella versione streaming – quasi tutte composte da Andrea Bozzetto e Stefano Risso, seppure con pesi autoriali differenti da brano a brano. Fanno eccezione la cover di “Life on Mars?” di David Bowie, la reinterpretazione di “Joga” di Björk (una delle due bonus track), l’omaggio ad Andrea Allione con “Piani inclinati”, e “Pure Imagination”, un classico tratto dalla colonna sonora di “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato”. È evidente che la scelta delle cover rafforza ulteriormente l’intenzione creativa di tutto l’album, riassumibile nell’esplorazione di universi musicali inconsueti. Tutti gli elementi cardine di quest’opera sono ben riepilogati nella traccia di apertura, la splendida “Villipendolo”, dove la ricerca armonica tocca il suo picco, riuscendo a conciliare profondità e leggerezza, e l’espressività solistica si esalta attraverso un’equilibrata esibizione tecnica che non prevarica mai lo sperimentalismo compositivo.

Con “Born to be why”, gli Edna contribuiscono a loro modo a svecchiare l’idea di jazz, traghettando verso orizzonti più vasti un genere che spregiativamente è sempre stato considerato a stretto appannaggio degli addetti ai lavori. Si tratta di un’opera sicuramente non di facile assimilazione, siamo al limite dell’avanguardia. Ma la musica degli Edna è potenzialmente fruibile da tutti. Anche chi non è in possesso degli strumenti teorici per comprenderne appieno la complessità, avrà la possibilità di apprezzarne le atmosfere ipnotiche, lasciandosi cullare in un viaggio sonoro che trascina lontano. Naturalmente, sempre che ci sia la voglia di superare la superficialità a cui ormai, in quest’epoca dominata da YouTube e Spotify, e da un deficit di attenzione ormai conclamato, ci siamo fin troppo abituati.