ITA il Giornale della Musica, Guido Festinese (oct.2010)

Le incisioni di jazz “italiano” spesso funzionano quando mancano i riferimenti, o gli stessi si affollano in messe così disordinata e caotica da costringere chi se ne deve occupare a far sostanziali sforzi di memoria. L’esordio discografico dei Chant, flessibile trio pubblicato dall’etichetta pugliese Auand, sempre attenta a “misurare il polso” di cosa si muove nella scena nazionale, rientra esattamente in questa categoria. Cristiano Calcagnile, batterista e percussionista (responsabile di gran parte del lavoro compositivo) vive e lavora a Milano, Antonio Borghini, bassista e violoncellista a Berlino, Libero Mureddu, pianista e titolare di una gran quantità di tastiere acustiche e non, é di stanza in Finlandia: già sulla carta, quindi, gli apporti sono diversificati. “Mach” inizia come una cadenza un po’ inceppata, poi prende un vigore alla Godspeed You! Black Emperor cita di passaggio EL&P, poi diventa avantjazz. Oppure la suite “The Dark Cave”: da un contrasto timbrico tra metalli puri e dolci arpeggi di piano (e qui il ricordo va agli E.S.T. meno “decorativi”) si passa ad un clima teso, bruciante, sottolineato da raffiche di percussioni che citano, suono su suono, l’espressionistico furor di “Machine Gun”, pregiata ditta Hendrix. Un catalogo di intelligenti sorprese.