ITA Indie-blog, Diego Peluso (jan.2012)

Più volte in questo blog è stato sottolineato quanto il panorama della musica italiana oggi sia desolante, secondo solo a quello economico-politico. Non è per disfattismo o cedevolezza al fascino cinico della critica, ma semplicemente il nostro cerca di essere un attacco a un sistema commerciale che continua a spingere nei circuiti nazionali che danno maggiore visibilità prodotti di una aridità infinita. Questo è sicuramente un giudizio di merito che trova riscontro allorché, andando a cercare bene, si scopre un sottobosco di produzioni indipendenti, piccole case discografiche, autoproduzioni, sempre sottotraccia, quasi sempre discosto dalla solita minestra riscaldata del pop nostrano, che rispolvera la creatività universalmente riconosciuta al Bel Paese.
Un felice esempio preso da questa brace di creatività che cova sotto la cenere della musica italiana è la casa discografica Auand, che guarda principalmente al pianeta del jazz contemporaneo e ai suoi satelliti. Tra le ultime uscite di questo editore di Bisceglie c’è Genesi, il primo lavoro da solista del talentuoso chitarrista e compositore Giovanni Francesca.
Già turnista e collaboratore di artisti noti come Mino Reitano, Albano Carrisi, Cristel Carrisi, Francesca si mette in gioco in prima persona con un lavoro complesso e probabilmente di non facile ricezione per tanti. Il solo fatto di essere un album interamente strumentale, taglia fuori quell’ampia fetta di fruitori di musica cosiddetta “commerciale”. Un peccato per chi baratta la ricchezza della sua chitarra col solito inespressivo prodotto plasticoso, destinato a durare una settimana.
Commercialmente, l’altro elemento virtualmente a sfavore dell’artista sannita è l’inquadramento della sua musica in un genere precostituito dal mercato. Genesi sfugge completamente a questa logica, facendo intuire che esso è il frutto spontaneo di esperienze variegate e tanta ricerca.
Le influenze riconoscibili sono tante, provenienti da orizzonti musicali diversi, ma accostati in maniera cosi saporita da non dare nessun senso di divisione. L’artista si fa ape laboriosa che sintetizza nettari provenienti da tanti fiori diversi.
Il background di Giovanni Francesca è la spiegazione: studi classici alle spalle, dita consumate sulle corde in metallo a eseguire cover di grandi artisti soprattutto rock e blues, approdo al jazz (l’artista in questione ha suonato in contesti importanti con artisti di rilievo internazionale come Antonello Salis, Ack Van Rooyen, Maria Pia De Vito, Javier Girotto, Marco Zurzolo, Chuck Findley ed altri) e ancora studio con ottimi mentori (Pietro Condorelli).
Quello che propone Genesi è un bouquet di suoni e forme che vanno dal jazz rock acido e sincopato (Paesia) probabilmente assorbiti dall’ascolto di artisti come John Scofield, ai bending ampli e il sustain lungo (Carillon e la stupenda Marisol) che ricordano David Gilmour, Steve Vai o Carlos Santana – il suono della sua Paul Reed Smith si accosta molto a quello del chitarrista messicano; dalle nuances compositive di sapore morriconiano (la bellissima Genesi), ai pattern di ispirazione Methenyiana (ad esempio Montevideo e Quarto Miglio) – sono continui, in effetti, i rimandi al geniale chitarrista del Missouri, sia alla sua produzione con il Pat Metheny Group, sia alle esperienze con altre formazioni, pensiamo al duo con Jim Hall. E poi tante altre manciate di note e pause amalgamate tra di loro a rendere le tracce ricche e mai scontate. Risveglio e Manima strizzano l’occhio alla world fusion, l’innesto degli ariosi archi dà un tocco folk, leggermente esotico.
A suo agio sullo strumento elettrico come sulle corde in nylon, Francesca dà un saggio della poliedricità delle sue capacità espressive in brani molto diversi tra loro come Iter, in cui la limpida chitarra classica imbastisce la trama su cui, insieme al violino, disegna poi ricami con gusto cristallino, e Possiamo Andare, “invito” espresso con un linguaggio più sperimentale e progressive. Codici diversi che caricano il disco di atmosfere a volte uggiose e a volte luminose, ma sempre vivide.
Un ultimo plauso va fatto per il fine lavoro di post-produzione e missaggio, e per l’uso sapiente di effetti e campionature che perfezionano un linguaggio già abbastanza articolato e favoriscono la dinamicità dei pezzi, secondo un canovaccio più rock, fatto di momenti di elevato pathos preparati da placide “descrizioni” (ad esempio in Carillon e in Possiamo Andare).
Molto efficaci si dimostrano i musicisti che hanno aderito al progetto, supportandolo con una solida sezione ritmica (Marco Bardoscia, Davide Costagliola e Dario Miranda al basso e al contrabbasso, Gianluca Brugnano e Stefano Costanzo alla batteria), caldi e setosi fiati (Luca Aquino alla tromba e al filicorno, Alessandro Tedesco al trombone), archi dai colori autunnali (Raffele Tiseo al violino e Cristiano della Corte al violoncello), un piano preciso e puntuale (Antonello Rapuano).
Il risultato finale è una commistione originale di generi e stili, con un’ampia gamma espressiva che conferisce vivacità e piacevolezza. Un’opera riflessiva, ma allo stesso tempo agile e stimolante per una mente ricettiva.
Giovanni Francesca stuzzica, con Genesi, languori che speriamo siano presto soddisfatti con un altro eccellente lavoro, una nuova prova della sua maturità artistica. Aspettiamo con trepidazione l’occasione di confermare la nascita di un ottimo artista!