ITA Jazz Convention, Gianni Montano (dec.2015)

Future revival: già il titolo colpisce e incuriosisce a causa di quei due termini, apparentemente antitetici, volti ad anticipare i contenuti del cd. Sì, perché se “revival” significa ripresa, riscoperta di musiche non molto lontane nel tempo, da riproporre oggi per sancirne l’importanza e la modernità, “future”, invece, presuppone la spinta, lo slancio verso una dimensione diversa, oltre il presente, proiettata nell’avvenire prossimo venturo. Giulio Corini, con Libero Motu, persegue proprio questo tipo di obiettivo: rinsaldare, cioè, i legami con gli standards e allo stesso tempo costruire una base di lancio per catapultarsi al di fuori del repertorio tradizionale e costruire qualcosa di veramente personale e futuribile.
I due brani evergreen scelti sono celeberrimi ed eseguiti negli anni da fior di interpreti, da Frank Sinatra a Ella Fitzgerald, da Sonny Rollins a Keith Jarrett. Il trio affronta It never entered my mind e Skylark, però, come fossero brani originali del gruppo. Non si intravvedono, quindi, né l’intenzione di rileggere o rivisitare gli standards, né quella di stravolgerne l’essenza, la peculiarità. Ne derivano, in tal modo, due versioni asciutte, ruvide, ma a loro modo poetiche, apparentabili, nell’atteggiamento, nella sostanza, ai classici che suonava Archie Shepp, dopo la furia iconoclasta della stagione free. Si trattava, in quel caso, di un apparente ritorno “alla normalità”, sulla via maestra, da parte di chi, in precedenza, era ampiamente uscito fuori dalla careggiata. Qui la situazione è più o meno equivalente, perché i tre musicisti hanno attraversato e superato generi e stili diversi, prima di approdare a questo stadio di riallacciamento con il passato.
Gli altri pezzi dell’album contengono, per contro, tracce di camerismo free, scorribande libere e selvagge oltre la tonalità, temini semplici, cadenzati e calcati che schiudono parentesi inclinate verso atmosfere vicine alla new thing, riattualizzata con occhio contemporaneo.
Il perno del trio è il contrabbassista, che tesse trame larghe e stimolanti per i suoi partners con un timbro secco e un fraseggio narrante.
Il sassofono di Francesco Bigoni ha radici lunghe. Si avverte nel suo approccio allo strumento la discendenza (in)diretta da Coleman Hawkins o da Ben Webster, per quel suono caldo e pastoso. Al clarinetto, invece, il musicista ferrarese è più pungente, spinoso e “avanguardista”. In ogni passaggio, comunque, Bigoni fa trapelare una profonda cultura musicale, aperta e onnicomprensiva.
A Nelide Bandello spetta il compito di allestire fondali ritmici mossi e cangianti. Il batterista assolve al compito con perizia, dividendosi fra il ruolo di accompagnatore e quello di colorista con pari abilità.
Si può concludere sbilanciandosi, visto il periodo di consuntivo annuale, che Future revival è certamente uno dei dischi più interessanti pubblicati in Italia nel 2015.