ITA Jazz Convention, Romualdo Del Noce (sept.2011)

Quarta avventura discografica per il chitarrista italo-svizzero, che dopo Wb3, i segnalati Piccoli numeri e Timoka, per la seconda volta allarga la sua formazione alla partnership con Francesco Bearzatti e vi accoglie Vincent Courtois (sulle cui presentazioni non ci soffermeremo), mostrando di voler marciare a passi ampi e decisi verso il protagonismo nella musica d’incontro ed alimentare una personale fucina di musicalità tosta, vivida, responsabilmente progressiva.
Subito liberate, le forze in campo son controllate dal mestiere e dalla tattica espressiva ma certo spese con impeti generosi da parte della band: alto profilo, alieno a vacui istrionismi, per il tenore di Bearzatti, speso in indubitabile forma con ruolo ben più che sinergico con le sei corde di Beltrami, provvisto di memoria viva, tocco spiritato ed ampia versatilità; folgorante, fitta, l’aurea sezione ritmica del possente basso di Takeishi e delle scattanti bacchette di Black fungono da terreno ancorante e pur mobile alle figurazioni cangianti e di carattere della formazione.
L’elemento strumentale aggiunto, il violoncello avant-garde e multi-stile di Vincent Courtois, si muove nelle sue morfologie meno gracili come forte elemento di colore, ondulando le forti preziosità cameristiche di una Mind the mind!, che articola in contrasto dinamico il solidissimo, oscuro velluto del clarinetto di Bearzatti, la protervia tenorile del basso di Takeishi e le dense psichedelie chitarristiche dell’autore, che impone il suo stile colto ed energeticamente giovanile nelle purezze rock di You see; distillando attese e sibilanti ascolti cosmici nella febbricitante, semi-dormiente e germinativa What is, i cinque tornano a sposare lo stile di fondo lanciando ancora la carica con le concitazioni “crimsoniane” di Seamont’s Manoeuvre, dando quindi voce alle umoralità del collettivo nella lisergica impro Unexpected Visit, fino alla più tesa, finale, Verbal Realities.
Anche qui particolarmente curato dal punto di vista dell’editing e forte di una ripresa sonora di coinvolgente realismo (non ci si può attendere di meno dall’Artesuono di Amerio), il riuscito album sposa la filosofia Auand del suono concreto, forte, senza momenti morti ed essenzialmente estraneo a vacui estetismi, e la tranciante revisione rock-jazz di Walter Beltrami è lezione di come un’emotività densa e impetuosamente genuina possa sposare arguzie sapienti e costruttive.