ITA JazzColours, Enzo Boddi (jul.2011)

Di famiglia israeliana, ma vissuto prevalentemente in Svizzera e negli Stati Uniti e dunque culturalmente cosmopolita, musicista di rigorosa formazione classica, Talmor si è segnalato nel mondo del jazz principalmente per i pregevoli lavori di composizione ed arrangiamento realizzati per Lee Konitz e Steve Swallow. Valido clarinettista, come sassofonista ha attinto molto alla poetica di Konitz e di Warne Marsh. Non è dunque un caso che l’incisione si apra e si concluda con due espressi riferimenti: Moon, cofirmata con Konitz e basata sulla progressione armonica di How High the Moon, assorbe nei guizzanti fraseggi lo spirito del mentore; Background Music di Marsh, basata sull’impianto di All of Me, rispetta il senso architettonico dell’ispiratore, anche se l’intervento pianistico di Sacks è volutamente disarticolato, più monkiano. I brani originali esibiscono una vena compositiva variegata, in linea coi tempi. Tabla Suite, in tre parti, è ispirata ai modi del raga indostano, ma evita opportunamente artificiali atmosfere etniche. Il tenore declama linee evocative su un cupo arpeggio pianistico, addirittura riportando alla mente — per certi versi — l’empito spirituale del Coltrane di Alabama. Dan Weiss, studioso di tabla, scandisce vocalmente la struttura ritmica, per riprodurla subito dopo sulla batteria. Endsley apre la seconda parte con un fraseggio introverso, giocando quasi a nascondersi e dialogando a tratti col tenore; la porzione conclusiva contiene poi perfino allusioni al Concerto n. 3 per pianoforte di Prokofiev. Con un gusto per la sonorizzazione caro sia a Reich che a Zorn, Americans Dream American Dreams assembla un collage di voci registrate (tra le quali si riconoscono Martin Luther King e Barack Obama) e sfocia in un uptempo urgente, molto colemaniano. L’efficace dialettica tra tenore e tromba, i cambi metrici e la ritmica urbana (con basso elettrico funky) danno così luogo ad uno sviluppo sulla scia dell’M-Base. In Belem il tenore galleggia sulla ritmica fluttuante, riaffermando le proprie radici cool. Preceduta e seguita da un parlato in ebraico dello stesso Talmor (probabilmente a testimonianza della multiculturalità della Grande Mela), New York rende giustizia ad Ornette Coleman: tenore e tromba “cantano” un nitido contrappunto come avrebbero potuto fare lo stesso autore (o Dewey Redman) e Don Cherry; Pavolka e Weiss creano un tappeto sospeso e leggermente inquietante, che si srotola progressivamente: Charlie Haden ed Ed Blackwell sono dietro l’angolo. Kaiser Soze è animata da dialoghi, interscambi e partecipazione collettiva; l’arcana progressione armonica rimanda a Shorter. Infine, Urban Wife è un pezzo in 11/8, incalzante e frazionato ad arte ritmicamente, con figurazioni cangianti di Weiss. In breve: New York, New York.