ITA JazzColours, Riccardo De Rosa (nov.2014)
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Questo album è stato fortemente voluto dal bassista Niccolò Faraci, come una sorta di lavagna sulla quale segnare le scelte di vita ed il percorso artistico. Originale anche la maniera in cui è stata realizzata la sua registrazione, dal momento che Faraci si è isolato, insieme agli altri musicisti coinvolti, in una casa di campagna nei pressi dell’aeroporto di Malpensa, per una specie di ritiro monastico, con il preciso scopo di intraprendere un vero e proprio viaggio iniziatico attraverso una profonda e genuina riflessione sul modo di percepire la musica: la musica del bassista. Il disco, frutto di questo lavoro di introspezione, si può considerare come la miglior performance sinora prodotta da Faraci, sia per il pensiero che ne è alla base che per il modo in cui sono state costruite le composizioni. Concepito come una suite di brani dalla caratterizzazione molto soggettiva, in un’armonia di suoni che inevitabilmente rispecchia il sentire musicale dell’autore, questo Cd vuole prima di tutto essere un omaggio a tutti quelli che scelgono una loro via, lontana dai luoghi comuni. Opera dal titolo curioso, attraente ed invitante, dal sapore quasi letterario e cinematografico, “It Came to Broadcast the Yucatan” rivela attraverso le sue canzoni l’anima di un quintetto molto affiatato, che utilizza un sound elettrico, spesso intensamente ritmico, molto lontano dal classico swing o dal jazz acustico erede del blues, e molto vicino — invece — a certe sonorità tipiche del rock, grazie anche alla notevole perizia strumentale del gruppo, capace di sfoderare un ottimo interplay. Il contrabbassista, del resto, lascia ampio spazio agli altri strumentisti, soprattutto al clarinetto basso di Achille Succi così come alla tromba di Luca Aquino. L’universo musicale di Faraci appare alquanto complesso e ricco di spunti, e passa con disinvoltura dalla matrice jazz-rock di “Never Feed That Pseudo Animal”, alle atmosfere intense e rarefatte di “An Oriental Solution (for Pleasure)”, fino alla sinuosa e seducente melodia, esposta con saggia maestria, di “Harbor Tarlo”, un brano che vagheggia una sorta di esotico Oriente alla stregua di quello di Yuseef Lateef, mentre in “92 Kg Fat Suite” si scatena, in un susseguirsi ritmico e serrato di note, la tromba di Aquino, accompagnata dall’adeguato contrappunto elettrico, architettato da Paesani e Succi.