ITA JazzColours, Roberto Dell’Ava (feb.2010)

Il gruppo europeo Pan Atlantic di Bobby Previte che già da due anni aveva una sua vita attiva tra festival e tournée, fissa in studio a Torino per l’etichetta italiana Auand la prima prova discografica, riuscendo ad affascinare e convincere grazie alla perizia dei musicisti ma soprattutto alle sofisticate idee compositive del leader. Tutto l’album ruota intorno ad una serie di composizioni caratterizzate da un andamento similare: temi circolari, con grumi di accordi ripetuti, parti solistiche concentrate in brevi spazi temporali ed uno spettacolare lavoro della sezione ritmica. Le idee di Previte sono multidirezionali: riesce a sviluppare in sostanziale leggerezza la lezione jazz-rock davisiana, spogliandola della pesantezza funky e speziando i temi con atmosfere affatto banali che richiamano il miglior lounge, concretizzando un formidabile senso del ritmo con interventi allo stesso tempo misurati e poderosi. Entusiasmante il gioco coloristico e puntillista, quasi minimalista delle tastiere del francese Benoit Delbecq, ideale spartiacque tra i ritmi controllati ma esplosivi di Previte e dell’affidabile basso elettrico del danese Nils Davidsen ed i voli dei due fiati, un torrenziale e impressionante Wolfgang Pushing ai sax ed un Gianluca Petrella particolarmente concentrato nel doppiare l’austriaco sulle melodie. Indicativo a questo proposito l’ostinato di Stay on Path, che vede i due fiatisti all’unisono cesellare e contenere un terrificante assolo del sassofonista seguito da una improvvisazione per antitesi più controllata, quasi cool del trombone. Il brano iniziale, Deep Lake, mette in contrasto la fissità della ritmica con la punteggiatura quasi vibrafonistica di Delbecq, il tutto innervato da un acido volteggiare del sassofono tra stacchi e momenti di ripresa del tema. Tutto l’album è giocato su queste coordinate, brani di folgorante e inquietante pregnanza, una apparente immobilità ripetitiva della sezione di supporto che apre la strada ad interventi dei fiati ora esuberanti ora pensosi e meditativi. Il risultato è una musica che non dà punti di riferimento certi, sfuggente ed ambigua quanto potente e sorprendente nelle conclusioni. Il Fender Rhodes di Delbecq in Pan Atlantic rievoca suggestioni davisiane, ma subito le acque si agitano e le prospettive cambiano con l’intervento dei fiati che danno una immediata e diversa dimensione alla lezione del passato. Il brano conclusivo, Veltin, si diversifica rispetto alle altre composizioni per una accentuata stagnazione giocata tutta sulle piccole variazioni della tastiera in un ostinato elementare costituito da due note senza l’intervento di nessun altro strumento. Importante sottolineare l’aspetto compositivo del leader che scrive materiale su misura per i propri musicisti, alternando intelligentemente momenti scritti a spazi improvvisati, sicuramente più contenuti sull’album rispetto ai concerti dal vivo.