ITA JazzConvention.net, Aldo Del Noce (apr.2016)

Gusto per la trasgressione formale e strategie progressiste da parte di un riconfermato quartetto che appare sintonico e dotato di spunto programmatico, che certo non s’esaurisce nel (non banale e argomentato) testo sinottico, ivi comprese le considerazioni tecniche di backstage, introducendo un lavoro che ha il gusto di puntare senza improduttive nostalgie ad un periodo particolarmente “caldo” in termini di svolte creative.
Solido (e piuttosto ben reso timbricamente) l’increspato sound, abitato e personificato dalle vivacissime invettive, ripartite tra gli ottoni di Copellini e Pietrantoni, dal fremente, sensibile drumming di Frasari nonché dall’interventismo, creativo e di colore, delle tastiere di Stermieri: alla seconda esperienza discografica, la “mischia a quattro” – vivacizzata e comunque infoltita dall’intervento vocale di Gaia Mattiuzzi e dalle incursioni d’ancia di Cristiano Arcelli – mantiene acuti orecchio e prospettive entro una corrente stilistica che soltanto nel (ri)mettersi in gioco e nel gusto del rischio può trovare senso e propulsione vitale.
Giusto nel caso in cui si ritrovasse “risaputo” (improbabile, ma tant’è) il ricorrente filone d’incontro tra neo-prog e post-jazz (o viceversa) di cui non soltanto Auand si fa contenitore e vivaio, ecco che Foursome s’impegna a rimescolarne i dadi: tra ipnogene concitazioni indie-rock e visioni tracimanti della scena chicagoana e delle sue cerebrali violenze, dalle trasfigurazioni liederistiche da Alban Berg (Schliesse mir die Augen beide) alle eruttive bordate delle tastiere dei Sixties, Foursome non è parco di funambolismi a copione aperto e fisicità esecutiva, a loro volta non privi d’impatto immaginativo (e somatico) sull’ascoltatore.