ITA JazzConvention.net, Aldo Del Noce (feb.2017)

Cominciano perniciosamente a somigliarsi un po’ tutti, i prodotti (eminentemente made in Europe) del contemporaneo e “nuovo” pop-jazz, ben più raro incontrare una produzione che riesca ad affrancarsi dai “limiti” dei due àmbiti importandovi tratto personale e ingegnandosi ad un superamento di “genere”: tale obiettivo appare perseguito con impegno e varie energie dall’autore, il chitarrista-producer Frank Martino, che nel primo album da titolare pone a frutto quanto già sperimentato nelle precedenti esperienze, sotto forma di un lavoro ambizioso che molto investe sulla sfida compositiva.
La presentazione ravvisa una delle caratteristiche dei presenti materiali nell’opzione di poterli abbordare anche ignorandone la scansione temporale, rilevata la sua natura “cancrizzante” (secondo la definizione che le note di copertina fanno risalire ad Arnold Schoenberg, più propriamente sarebbero da ascrivere, secoli prima, al Bach della Musikalische Opfer e via “retrocedendo”). Non v’era magari garantista necessità di scomodare i padri, rispettivamente, della dodecafonia e del temperamento equabile, quantunque non siano gli unici classici qui implicati – se tali si vogliono già considerare anche lo Stockhausen elettronico o il John Cage di 4’33” – per riscontrare i liberi schematismi temporali e i flussi narrativi, che forse potranno non suonare nuovissimi ma di cui non si può certo disconoscere il tratto personale nell’imbastire mélanges timbrici e soprattutto conferire una dimensione thriller alla progressione del programma.
Strutturano la sequenza, con potente gusto per lo spiazzamento delle coordinate, il drumming complesso e provocatorio ed il legante umorale del basso, i variamente intesi giochi di tastiere e synth, con innesti scenici non unicamente di colore di tapes ed elettroniche, nonché i differenziati ed energici interventi della chitarra, alle cui fluenze il leader non sembra opporsi né comminare violenza: segnato da idiosincrasie verso i flussi lineari e di vocazione disarmonica, i materiali esplicitano una eccentricità fusion che ripercorre gli spazi guadagnati storicamente dal pop nell’affrancarsi dalle aree consunte dell’avant-garde spingendosi verso aree più sperimentali.
Così, non mancando ad esempio di calarsi con gusto nella ballad elettroacustica Nude, l’eponima Revert, soundtrack per spirito e tesa sfida compositiva, si concede un prolungato “tacet”, sfociando infine e drammaticamente in una inattesa, catartica sortita rock-jazz di spigolose fattezze, che ci lascia rivivere il passaggio di consegne tra l’epilogo del Progressive e la nascente Fusion.
Il potente vagito della svolta sembra dunque riproporsi lungo un lavoro non del tutto ostico nel suo insieme, ancorato su solido nerbo e speso lungo devianze immaginative, che non si nega un soundscape corposo, cattivante e forte di energie toccanti.