ITA JazzConvention.net, Fabio Ciminiera (feb.2017)

Credo che ogni pianista jazz si misuri con la fascinazione per il piano trio, sin dal primo momento in cui mette coscientemente le mani sul pianoforte. La stessa affermazione, probabilmente, si può applicare anche al piano solo. In particolare, la stagione “moderna” del trio, quella successiva alle esperienze di Brad Mehldau, Esbjorn Svensson e di The Bad Plus, è stata fonte di ispirazione per moltissimi musicisti più giovani. Le formazioni citate – e molte altre ancora, ovviamente – hanno allargato decisamente il bacino espressivo dove poter attingere nuove ispirazioni: soluzioni ritmiche e timbriche, scelte di repertorio hanno dato nuovi punti di vista al format e hanno fatto in modo che la dimensione orchestrale del piano trio – esauriente e completa ma in grado, allo stesso tempo, di lasciare margini di libertà agli interpreti e spazi in cui esprimere personalità – rimanesse attrattiva e stimolante ancora oggi per le giovani generazioni.
Sam Mortellaro conduce il suo esordio discografico miscelando tradizioni e spunti personali. Nei dieci brani originali troviamo una soluzione sempre vitale di passato e presente: ci sono i richiami al blues e ai grandi pianisti del passato; c’è lo sguardo alle figure di fine novecento, figure divenute ormai consolidate per i musicisti che avviano oggi la loro carriera; c’è l’attenzione verso generi e suggestioni esterne al jazz. Il tutto viene confezionato in maniera equilibrata, secondo un flusso lineare e omogeneo che scorre lungo i cinquanta minuti del disco.
Se copertina e titolo rimandano in qualche modo alle atmosfere della fantascienza e, in particolare, ai romanzi di Isaac Asimov, la musica del trio è rigorosamente “umana”, nel senso che non viene manipolata da elementi elettronici o effetti sonori. Una “macchina” composta da pianoforte, basso e batteria capace di combinare secondo coordinate umane – e, proprio per questo, emotive e non calcolabili – i tanti input a disposizione del trio.