ITA JazzConvention.net, Fabio Ciminiera (oct.2012)

Need something strong è la seconda prova di Neko, il quartetto guidato dal chitarrista Francesco Diodati: la musica proposta rivela una forte coesione di insieme del gruppo e una concezione compatta da parte del leader nello sviluppo del filo narrativo del lavoro. D’altronde vista la natura delle composizioni, il disco non potrebbe funzionare senza una regia complessiva a dirigerne la trama.
Neko si basa sull’unione di elementi differenti. Alla filosofia tradizionale del quartetto sax-chitarra, pur presente nel background della formazione, vengono a sommarsi altre istanze come l’influenza del jazz nordico, l’attenzione alla scena newyorchese contemporanea, una parsimoniosa quanto mirata ricerca elettrica sul suono della chitarra e, come nelle composizioni chimiche, minime tracce rilevabili di riflessi mediterranei. Il tutto viene sintetizzato secondo una ricetta personale con una gestione sempre presente delle dinamiche, con elementi ripresi che vanno a punteggiare il corso del disco, con la presenza di diverse melodie o strutture ritmiche sghembe, con rapidi cambi di atmosfera, con la padronanza tecnica dei quattro musicisti: Francesco Diodati dimostra così di avere la situazione sempre saldamente in pugno e di poter utilizzare il materiale a suo piacimento.
La dimostrazione del concetto viene forse dai due brani ripresi, vale a dire Very Ape dei Nirvana e Brilliant Corners di Thelonious Monk. Senza stravolgerne più di tanto i temi, il gruppo rilegge le linee frammentate di Monk e lo sviluppo ipnotico del cantato di Kurt Cobain secondo la propria intenzione e amplia i brani negli spazi dedicati agli assolo dove interviene con scelte sonore capaci di guardare contemporaneamente alla personalità della formazione e alla “storia” del brano.
Neko è una formazione in progresso: le premesse per un percorso di grande respiro ci sono tutte, ma già in questo lavoro il suono è coerente con l’idea messa in luce da Diodati e assecondata felicemente da Bigoni, Ponticelli e Baron: la pluralità di influenze e riferimenti porta la formazione a muoversi agevolmente tra momenti riflessivi, sottolineati dall’intervento di Ponticelli con l’archetto, ad altri sferzanti ed elettrici, passaggi repentini ma mai forzati o incongruenti.