ITA JazzConvention.net, Fabio Ciminiera (oct.2015)

All’interno della cornice molto ben definita dalla scrittura di Francesco Diodati e dalle sonorità del quintetto, Flow, Home sviluppa un flusso coerente di materiale dalle caratteristiche precise. Possiamo cominciare con l’atmosfera rilassata e casalinga conferita alla musica dalla dimensione elettroacustica, dalla morbidezza ritmica offerta dalle linee suonate da Glauco Benedetti con il sousaphone e il bombardino e dalla loro combinazione con il pregevole lavoro di Enrico Morello. Il passo rilassato con cui viene condotto il disco è la conseguenza dell’equilibrio generale con cui si muove il quintetto, della gestione tutto sommato collettiva del materiale, della concisione complessiva e puntuale. Il disco infatti dura quarantaquattro minuti e solo due delle nove tracce arrivano ai sette minuti.
Il passo rilassato non deve però trarre in inganno. La musica di Flow, Home è felicemente complicata: la complessità e le articolazioni del materiale si spogliano però, in questo caso, di ogni nervosismo, vengono interpretate senza frenesie, senza atteggiamenti eccessivamente aggressivi. L’equilibrio di cui si parlava sopra passa proprio attraverso un lavoro di sottrazione e una diffusa pacatezza: Diodati ha, infatti, in qualche modo calmierato i volumi al quintetto. Flow, Home porta l’ascoltatore sul proprio terreno, lo accoglie e lo avvince con modi “felpati” per poi svelare in pieno tutte le sue intenzioni. Il riferimento alla musica nord europea è molto presente, l’andamento dei brani richiede attenzione, i rimandi tra le varie tracce sono continui. L’interplay serrato, inoltre, consente una disposizione orchestrale degli elementi: si intuisce, di conseguenza, come il materiale prodotto dagli ensemble larghi, soprattutto negli ultimi decenni, diventi un ulteriore strumento per costruire il filo espressivo della formazione. Se la presenza di un brano di Thelonious Monk – Played Twice, nello specifico – rivela come la matrice afroamericana sia presente, la rielaborazione del tema mette in luce come a Diodati non interessi riproporla in maniera calligrafica o imitativa, ma far reagire il materiale con il suono del quintetto.
La formazione si rivela, perciò, capace di agire come quintetto e trasformarsi all’occorrenza in una piccola orchestra. Il gioco delle dinamiche si avvantaggia di questi elementi e degli aspetti ricordati sopra per dare corpo ad un lavoro maturo, estremamente unitario e diretto secondo un lucido disegno. Le doti tecniche di ciascuno dei protagonisti vengono messe al servizio dei brani e delle atmosfere. Le idee compositive e le direttrici individuate dal chitarrista si confrontano in modo efficace con le personalità dei suoi compagni d’avventura, con la presenza di un fiato a sostenere le linee basse, con un continuo ascolto reciproco: Diodati realizza così un disco compatto ed essenziale, utile tanto come fotografia del quintetto nel momento attuale che come punto di partenza per un percorso musicale futuro.