ITA JazzConvention.net, Sergio Spada (dec.2016)

Il pianista lombardo Antonio Vivenzio, accompagnato da Claudio Ottaviano al contrabbasso e da Filippo Sala alla batteria, si presenta in Canyon (inciso per l’etichetta Auand) con le sue composizioni originali, ben sette, che coprono la maggior parte di un lavoro in dieci tracce, fra le quali troviamo anche una rilettura di Duke Ellington (un evergreen come In A Sentimental Mood), uno standard di Cole Porter (So In Love) oltre alla originale scelta di un brano di Steve Kuhn cantato a suo tempo anche da Sheila Jordan (Saga of Harrison Crabfeathers).
La presenza di Tino Tracanna, come strumento solista con il suo sax soprano, e per appartenenza regionale un po’ nume tutelare del progetto, colora di note diverse un paio di brani già di loro molto intensi (soprattutto il primo, Canyon). Ma il segno più evidente di quanta originalità possiamo trovare in questo sapiente lavoro è l’impostazione classica (per formazione giovanile) del piano di Vivenzio e la particolare luce che ne viene fuori un po’ per tutto il percorso del suo personalissimo Canyon. Riflessivo, serio ma non serioso, ispirato e spesso molto introspettivo. Le composizioni del pianista sono tutte molto interessanti, alcune davvero belle e capaci di creare un’atmosfera assai particolare, come il piccolo gioiellino (poco più di due minuti) di Proem che sintetizza forse un po’ l’indole del musicista. In ugual misura si fa notare la rilettura di solo piano (davvero magica) di So In Love di Cole Porter, racchiusa a sua volta in un minuto e quaranta secondi di profondità, tutto a testimoniare una dote di essenzialità ed allo stesso tempo di ispirazione profonda. Un progetto interessante, un musicista che sarebbe bello anche ritrovare in simbiosi con la sua tastiera, da solo.