ITA Jazzitalia, Fabrizio Ciccarelli (aug.2009)

L’album è stato registrato in Val Pellice durante l’ alluvione del 2008, e di tanto si sente il frammento vitale nei suoni naturali della pioggia e dei cinguettii, tipici del dopo evento: una casuale risonanza penetrata dalla Natura al mondo delle emozioni. “Tutti insieme in una grande stanza ampiamente permeabile all’umido freddolino”, ricordano i musicisti nelle note di copertina.
Quilibrì il nome scelto, equilibrio da trovare nel vissuto e nella positività  espositiva.
Il lento procedere dei tessuti dinamici e trasparenti (evocato dalla chiocciola in copertina) trova forma in un pathos meditante, arabescato da andamenti orientali e mediterranei: un sound affascinante, ben controllato nell’improvvisazione e soprattutto nella sintassi esecutiva e compositiva di Andrea Ayassot.
Il sassofonista, già nella band di Franco D’Andrea, percorre idee assolutamente personali ed intelligenti, anche se talvolta sembra indulgere ad un estetismo dalle coloriture sì estremamente raffinate ma concettualmente non sempre condivisibili.
In ogni caso, cercando forse il punto di contatto armonico tra Jan Garbarek e Steve Lacy (non facile), egli trova percorsi ipnotici e suadenti, in una deriva attenta agli equilibri fonici, nell’intenzione di cogliere nel “soffiato” duttili curvature tipiche della voce umana, “suoni puri” dal timbro ancestrale e dal passo rarefatto.
L’astrazione e la dissolvenza paiono elementi essenziali dell’album, grazie allo stile duttile del chitarrista Karsten Lipp ed al fraseggio virtuoso del contrabbassista Stefano Risso. Allo stesso modo, nei momenti migliori, emerge la luminosità di tessitura di una ritmica ondeggiante nei contorni e nelle sfumature di sapore indiano: di particolare interesse l’uso delle percussioni da parte di Adriano De Micco e Luca Spena, una fisicità del suono formidabile per intensità e ricchezza di idee, dall’introspezione più ardita alla pulsazione più versatile, senza mai perdere il filo dell’emozione. Un’evanescenza che vela le musiche di una patina di leggerezza e di espressività in cui scorgere – Eco e Fato – i segni di esperienze tanto diverse quanto indelebili.