ITA JazzItalia.net, Elio Marracci (apr.2010)

Pubblicato dall’etichetta barese Auand, è uscito nei primi mesi del 2010 “…Ma Io Ch’in Questa Lingua”, secondo lavoro dello Chant Trio. Questo gruppo, nato nel 1993 da un’idea dal batterista Cristiano Calcagnile e consolidatosi nel 1999 nella formazione classica del trio grazie all’apporto del pianista Libero Mureddu e del contrabbassista Antonio Borghini, porta avanti da anni un lavoro di ricerca sul linguaggio dell’improvvisazione, anche attraverso composizioni scritte, nel quale si realizza un superamento dei generi musicali grazie all’accoglimento delle esperienze di provenienza dei componenti dell’ensemble. L’album, molto caratteristico e particolare, s’inquadra pienamente in questa poetica volta a scoprire nuove possibilità sonore, armoniche, ritmiche e a sperimentare strade alternative nella interrelazione tra i musicisti durante l’esecuzione dei brani.
A testimonianza di quanto scritto basta ascoltare la bella ed avvolgente tracklist del CD che include nove pezzi molto compatti e vari sotto l’aspetto compositivo, melodico e stilistico, scritti prevalentemente da Calcagnile. Questi brani, in cui si avvertono influenze musicali e sonore diverse, miscelano sapientemente elementi acustici ed elettronico digitali, musica classica e contemporanea, improvvisazione radicale e stilemi propri del jazz. Ne sono un valido esempio le tracce “Hold old wine” dove, sostenuti da una sezione ritmica imponente ma allo stesso tempo delicata, emergono oltre a basso e batteria anche linee di violoncello, assoli di pianoforte che richiamano la musica di Bill Evans i quali a loro volta si mescolano con sintetizzatori e tastiere, e “The dark cave”, pezzo composto da vari mosaici musicali, dove i musicisti giocano ad inseguirsi con i suoni dei loro strumenti dando vita ad una struttura delirante e a tratti ipnotica.
Un’ultima curiosità di questo lavoro è “Postcard from Italy”, un brano del compositore italiano Claudio Monteverdi, una romanza dalla quale è ispirato anche il titolo del disco, riarrangiato in chiave Chant dal pianista Libero Mureddu.
Un disco che non potrà mancare sugli scaffali degli appassionati, anche perchè rappresenta – sicuramente – un’interessante novità nel panorama jazzistico italiano e testimonia un modo nuovo di pensare il jazz e la musica improvvisata in generale.