ITA Jazzitalia.net, Niccolò Lucarelli (jan.2016)

La musica intesa come una via, se non proprio l’illuminazione, almeno verso la conoscenza di sé stessi e il proprio equilibrio interiore. È questa l’idea che sta alla base di T-Duality, album nel quale il newyorkese d’adozione – ma pugliese di origini -, Ananda Gari, amalgama le fragranze sonore della tradizione indiana con quelle più moderne del jazz occidentale, cui aggiunge il suo più intimo contributo di sensazioni, emozioni, pensieri, entusiasmi. Si tratta di un audace album concettuale, legato all’ipotesi dell’esistenza di ulteriori dimensioni, in aggiunta alle quattro già note alla fisica. Dimensioni che anche la musica contribuisce ad aprire, fondendo free jazz, etnicità indiana, e sprazzi di jazz classico.
Un album che immagina una particolare modernità, sulla scia del Giuoco delle perle di vetro di Herman Hesse, ovvero caratterizzata da una parte da avanzate conoscenze tecnologiche, e dall’altra ancora legata a radici puramente umanistiche, sensibile alle esigenze spirituali degli individui. Radici suggerite dai toni sommessi delle sette composizioni originali, toni volti a creare un intimo equilibrio fra le parti, a loro volta suddivise in scritte e improvvisate. Ecco quindi nascere le dimensioni evocate dal titolo, quelle stringhe estemporanee che, come la shelleyana cupola multicolore, macchiano il bianco splendore dell’eternità.
In ognuno dei brani spiccano i lunghi fraseggi del sax alto di Berne, a quali si affianca la chitarra di Abbasi, a simboleggiare la stringa quantistica che s’inserisce nella realtà conosciuta. Una chitarra particolarmente ispirata, che aggiunge un tocco di contemporaneità urbana all’introspettiva base ritmica di batteria e contrabbasso. I cambiamenti di ritmo conferiscono all’album una gradevole dinamicità, quasi si trattasse di un universo che si allarga e si restringe.
Never Late, con la pigra batteria d’apertura, accompagnata da un solenne sax, vira, sul finire del primo terzo, su dinamiche note di soft rock, suonate con garbo da Abbasi. Particolarmente introspettiva l’apertura di Fields, dove il sax di Berne si esibisce in un a solo che sembra l’elegia di un’esistenza ai margini, prima di inserirsi in un caldo dialogo con la chitarra e il contrabbasso. Sette brani, caratterizzati da un non comune equilibrio compositivo, per un jazz maturo, vocato all’astrazione, che evoca squarci di sole, angoli di quieta solitudine, insistito e struggente riaffiorare della memoria, e il tentativo di raggiungere un’armonia cosmica che vada al di là dell’essere umano, includendo anche gli animali, le piante, i fiumi, le stelle, le maree.