ITA Jazzitalia.net, Niccolò Lucarelli (oct.2015)

Se il jazz è un qualcosa di difficile definizione, come affermò non troppo ironicamente Louis Armstrong, queste parole trovano precisa corrispondenza in It Came To Broadcast The Yucatan, album d’esordio di Niccolò Faraci, ispirato, racconta l’autore, ad un suo bizzarro sogno sullo Yucatan, sospeso fra presente e passato. E la stessa sospensione la si ritrova in questo jazz che agogna l’altrove, in bilico tra avanguardia storica e sperimentazione musicale, che emerge in particolare nell’uso discreto del sintetizzatore, che dona ai brani un affascinante effetto di straniamento, con richiami alla psichedelia anglosassone.
A conferire una non comune personalità all’album, la presenza di Achille Succi, epigono di Eric Dolphy al flauto e al clarinetto basso, due strumenti tipici del jazz d’avanguardia, lontano dall’aggressività dell’hard bop. E le partiture modali seguite da Succi ripercorrono questa linea lungo tutto il corso dell’album. A questo impianto di avanguardia storica, l’arrangiamento di Faraci affianca coinvolgenti variazioni contemporanee, con sconfinamenti nella dance “tattile” (mutuata dal free), che attribuisce all’album una piacevole sonorità che ricorda i club newyorkesi degli anni Settanta e Ottanta.
Al pari di Dolphy, Succi eccelle come sideman di Faraci, nel sostenere l’architettura dei singoli brani, ognuno dei quali ricorda concettualmente le ardite soluzioni di Frank Lloyd Wright e Frank Gehry messe insieme, tanto per dare l’idea della contaminazione presente nell’album, e dell’equilibrio fra suoni contemporanei e tradizione colta. La batteria di Congedo si muove con energia fra percussioni, rullante e tom tom, bilanciando con la sua concretezza le atmosfere rarefatte del clarinetto. Il quale, da parte sua, dialoga sovente con il pianoforte di Paesani, che spazia sulla tastiera con la facilità di chi sembra improvvisare, e invece ha lungamente meditata la nota giusta. La tromba di Luca Aquino, dosata con parsimonia in soli due brani, riporta indietro agli anni di Chet Baker, con virtuosismi mai troppo appariscenti eppure di grande impatto. Suggestivo anche il titolo, che sembra scaturire dalla poesia della Beat Generation, con quel suo sottendere una tecnologia dai poteri soprannaturali.
Cos’è il jazz? Improvvisazione, straniamento, riflessione, ricerca di sé stessi e dei propri sogni, coraggio, ironia. E molto altro ancora.