ITA Jazzitalia.net, Niccolò Lucarelli (sep.2016)

Ai margini occidentali dell’Europa, lungo le sponte dell’Atlantico, la scena jazz portoghese conferma la sua recente vitalità, anche grazie al primo lavoro da leader del batterista lisboneta João Lencastre, che spazia fra jazz d’avanguardia, jazz classico, rock alternativo, accenni di dance ed elettronica, anche se al fondo della sua musica resta comunque una forte impronta tradizionale portoghese, e lo dimostrano i ritmi lenti che caratterizzano ognuna delle tracce, che richiamano al fado, alle sue atmosfere pensose e nostalgiche.
La contaminazione è comunque alla base di questo caleidoscopico album, avvertibile anche nel mosaico interno del booklet, concepito come un variegato murales con fotogrammi cinematografici (uno su tutti da Shining di Kubrick), insegne pubblicitarie, scorci urbani da tutto il mondo, paesaggi fluviali e marini, animali, graffiti metropolitani, opere d’arte e bottiglie di birra. Un universo bukowskiano, nella sua apparentemente caotica varietà, in realtà sintesi delle mille sfumature dell’esistenza umana.
Un sound caldo, come vento del deserto, avvolge ogni singolo brano, un sound rafforzato anche dalla presenza del pianoforte, che intesse raffinati fraseggi di gusto classico, ogni nota scaturisce con circospezione, come una gemma preziosa. Si crea un’atmosfera sospesa, come l’attesa della pioggia in una giornata afosa, il formarsi di speranze che la vita potrebbe forse spezzare.
Suona vagamente ironico il titolo di The House of Fun, assegnato a un ballata meditabonda, una lunga introduzione di contrabbasso appena pizzicato, sulla quale s’inserisce un delicato tappeto sonoro di percussioni, sax e pianoforte che in breve segue un ritmo cadenzato dando al brano un carattere vagamente solenne. Un’atmosfera a metà fra goliardica e drammatica, la stessa che si potrebbe respirare “alle cinque della sera”, appena prima di una corrida. Gli effetti del sintetizzatore, assieme alla chitarra elettrica, apportano un tocco di interessante contemporaneità, ma i passaggi classici del sax mantengono il brano ancorato su binari jazz, anche grazie agli interventi di una tromba spagnoleggiante.
Stanley Kubrick, già citato nel booklet, torna protagonista con la canzone eponima, incentrata su una frase di sax di ampio respiro, sostenuta da un pianoforte che insiste su un motivo a tre note, quasi un disturbante ronzio, un ossessiva nota di bordone di un organo lontano. Un brano epico, che rievoca la foresta pluviale del Vietnam, i campi di battaglia della Grande Guerra, ma anche – dopo un sorprendete cambio d’atmosfera grazie a un delicato a solo di pianoforte di gusto classico -, ambienti raffinati degni di Barry Lindon e Eyes Wide Shut.
Fra i moment migliori dell’album, anche What is This all About?, sintesi perfetta di classico e moderno; all’introduzione affidata al delicato pianoforte, si affiancano struggenti fiati e una sommessa chitarra elettrica; uno scorcio del Portogallo contemporaneo, in bilico fra tradizione e contemporaneità. Ed è questa l’anima dell’album, un riuscito e suggestivo incastro di brani che sfoderano coinvolgenti atmosfere dei fiati, accompagnate qua e là da derive dance o rock, mentre Lencastre resta discretamente in ombra, dettando i tempi dei brani con un attento lavoro alle percussioni, e rari interventi del ride o del tom tom.
Un album brillante nelle invenzioni compositive, racchiuse in atmosfere intellettualmente raffinate.