ITA Jazzitalia.net, Alceste Ayroldi (jun.2008)

Alcuni lamentano una certa staticità del jazz, chiuso nelle standardizzazioni e in rivisitazioni non sempre felici. Troppo spesso si aspetta la “manna musicale” dagli States, quasi con l’assoluta certezza che solo loro possano contribuire a creare forme diverse della colonna sonora afroamericana. Stereotipi, consolidati modus dicendi qualunquistici. Certo, vi sono etichette che alimentano questo fare e pubblicano di tutto e di più e, senza colpo ferire, almeno apparentemente, depauperano ogni e qualsiasi attività di ricerca. Bene, l’Auand non è di certo una di queste labels. La conferma proviene dalla produzione di Downtown di Roberto Cecchetto, eclettico chitarrista milanese, già componente dello storico Electric Five di Enrico Rava. Cecchetto ha sempre prediletto l’esplorazione. Ha suonato e studiato elaborando, mai uniformandosi.
Downtown ne è la naturale conferma. Un viaggio che il chitarrista compie con Giovanni Maier al contrabbasso, già suo compagno dai tempi dell’Electric Five, ed anche egli fine innovatore di suoni e colori,e Michele Rabbia alla batteria e percussioni, un moto perpetuo di scansioni ritmiche ed emozioni acustiche.
Where are you echeggia Pat Metheny, quello di un tempo, quello capace di sconvolgere la nota. Ma il brand di Cecchetto si fa decisamente sentire.
Uptown sfida la gravità sonora. Densa di scavi armonici che coniugano sentimento e professionalità. Il funk di Do It mette in evidenza l’eloquenza abrasiva della chitarra di Cecchetto ottimamente contrappuntata da Maier.
La ricerca di nuovi spazi sonori si dipana in Oslo Hotel, rigata da rughe oriental rock, capaci di trovare un respiro del tutto particolare.
Il linguaggio del leader si sfilaccia in Rio Dreams con fraseggi disarmonici che esaltano le intonazioni di Rabbia.
Poi l’urban sound di Downtown che libera la fantasia di Maier, suoni ripresi con particolare calore espressivo, in Sun Eyes e 3 Points of View.
Un disco da ascoltare con attenzione particolare soprattutto negli schiumanti assoli, come nella conclusiva Tierra del Fuego.