ITA justkidsmagazine.it, Gustavo Tagliaferri (feb.2017)

Lasciar esprimere la voce di un certo Sud, ma al contempo non risultarne confinati. Andare oltre il Neapolitan Power di ieri e, a suo modo, di oggi. Il senso di “Banaba” evidentemente non può che essere questo, considerando l’intento che accomuna Marco Messina, manipolatore di macchine e parte integrante dei 99 Posse, ed il pianista di stampo jazz Mirko Signorile, tutt’altro che restii quando si tratta di metterci la faccia, il proprio nome, magari il solo cognome, soprattutto la persona. Le undici tracce del lotto sono un esempio lapalissiano di come si possa rendere in chiave moderna ispirazioni tipiche anche della Bristol 90’s senza alcun intento prettamente nostalgico, svolgendo un ruolo, quello del leone, che è condiviso con altrettante personalità: se Dust è un ottimo esperimento di moderno hip hop che nelle sue vibrazioni elettroniche non eccede mai in orpelli tipici di una certa sottile linea che passa tra dubstep e brostep e alla reciproca confusione di massa tra le due correnti, preferendo invece che ad avere la meglio sia un arrangiamento ben in linea con la profonda voce di Black Cracker, tre affascinanti voci come quelle di Ursula Rucker, Erica Mou e Juliana Maruggi attraversano un ponte levatoio nel cui corso si respirano rispettivamente l’improvvisazione trip hop di Breathing, le continue dissonanze che caratterizzano la dimensione electro-pop di Iblis ed i sapori trance che permeano Love Share. Ma in più occasioni gioca un ruolo importante anche il Vertere String Quartet, che sa rinforzare adeguatamente certe felicissime antitesi, si prendano ad esempio una soave e contemporaneamente disturbata alla base Marcuse, un Giano bifronte che prende il via con la sua base 2-step mista a glitch prima di vedere nello scorrere del piano di Signorile il suo epilogo, ed Into The Woods, traversata downbeat tanto eterea quanto intrisa di nervosi synth. Altrettanto ipnotiche e convincenti sono le reminiscenze in levare tipiche del reggae a cui è devoto Messina che si dissipano dinanzi alla sinergia tra archi e piano che anima un’andante Spanish Shuffle, quasi un tango ballato a briglia sciolta, dalle vesti inusuali, una sinfonia che traborda di libertà interiore, secondo un invito alle danze di cui fa parte anche Seven Clan, possibile coesione tra una samba a mò di archi e la deep house, mentre la title track, improvvisazione tout court, ha un tono particolarmente decadente e soffuso, ed altrettanto si può dire per il crescendo di Macubal, la cui tromba portante, in mano a Paolo Fresu, investiga, si dimena, si scapicolla su un affascinante atmosfera da dancefloor. Un panorama in cui a risultare, non senza una glitchosa sferragliata iniziale, un po’ più intima e spogliata dal panorama circostante è Under The Bridge, forse proprio per questo il sipario maggiormente consono. “Banaba” può essere a suo modo uno spettacolo senza immagini e contemporaneamente avente alla base un’immaginazione che non è fatta solo di arrangiamenti? Probabilmente sì. Più contrapposizione o coesione? Assolutamente la seconda. Ne conviene che sia un esperimento di alta caratura da non farsi sfuggire, non solo per gli amanti dei rispettivi generi di appartenenza.